Terremoto di Santo Stefano, a distanza di otto mesi tutto tace e il ritorno alla normalità è una chimera

agosto 26, 2019

di Saro Faraci

FLERI – Sono passati otto mesi dal terremoto di Santo Stefano che ha colpito una vasta zona posta lungo la cosiddetta faglia di Fiandaca. Otto mesi esatti, poichè nella notte del 26 dicembre alle 3.19 la terra ha tremato violentemente e, con una scossa di intensità 4.8 abbastanza superficiale, ha buttato giù pareti, pilastri, muri portanti di tante case e ha sconquassato parecchi edifici nei comuni più colpiti dal sisma, cioè Zafferana Etnea, Acireale e Aci Sant’Antonio.

A distanza di otto mesi, la situazione rimane complicatissima. Ci sono ancora famiglie sfollate ospitate negli alberghi della zona, dove lo Stato arriva a corrispondere fino a 55 euro al giorno a persona. Ci sono famiglie che hanno trovato un alloggio altrove, ma non hanno ancora incassato il CAS (contributo di autonoma sistemazione) e pertanto stanno provvedendo alle spese di tasca propria, andando incontro ad un incredibile quanto immorale “caro affitti” registratosi un po’ ovunque. E ci sono tantissimi ancora che, pur avendo presentato nel proprio comune di residenza la pratica per accedere al contributo di ripristino fino a 25.000 euro, non hanno ancora potuto iniziare i lavori oppure, in attesa della autorizzazione, hanno avviato ugualmente le prime ristrutturazioni facendosi carico interamente delle prime spese.

La prima fase dell’emergenza, gestita direttamente dalla Protezione civile nazionale e regionale, sta per chiudersi ufficialmente, perché con la nomina dell’ex magistrato Salvatore Scalia a Commissario governativo per la Ricostruzione, è appena iniziata quest’altra fase, disciplinata dalla legge, che durerà per diversi anni. Rimane tantissimo da fare. Basta fare un giro tra Zafferana Etnea, Acireale e Aci Sant’Antonio per rendersi conto che le ferite del terremoto di Santo Stefano sono ancora aperte. Quello che con un po’ di buon senso poteva realizzarsi velocemente è rimasto inspiegabilmente imbrigliato nelle carte della burocrazia e nella lentezza degli uffici pubblici.

A Fleri, la popolosa frazione di Zafferana Etnea, cui si riferisce l’immagine di repertorio in copertina, la situazione rimane critica. Molte macerie sono tuttora visibili nei pressi della Chiesa Maria Ss. del Rosario e nella piazzetta antistante. Non si comprende come mai altrove, nell’Acese, le macerie sono state immediate rimosse dai Vigili del Fuoco nei giorni immediatamente successivi al terremoto e a Fleri invece pietre e detriti rimangono per terra, a distanza di otto mesi dall’evento sismico. Non è uno spettacolo bello a vedersi, soprattutto al passaggio di tante persone che nel periodo estivo raggiungono alla sera il centro di Zafferana Etnea. La via Vittorio Emanuele, la principale arteria di traffico della frazione posta lungo la strada provinciale, è stata di recente riaperta al transito in un unico senso di marcia in direzione Zafferana, una volta completati i lavori di demolizione e di messa in sicurezza di alcuni edifici pericolanti. Anche in questo caso, ci sono stati ritardi abnormi nel riportare la situazione alla normalità, anche se di normalità non si può affatto parlare perché Fleri oggi appare spopolata e, a parte alcune attività commerciali coraggiosamente ripartite, tutt’intorno è una desolazione.

A distanza di tre anni dal terremoto di Amatrice, le notizie non sono lusinghiere nemmeno in quei luoghi dell’Italia centrale. Un terremoto scuote la terra, ma non le coscienze soprattutto dei burocrati. La preoccupazione serpeggia dunque tra i residenti. E se anche a Fleri, a Pisano, a Santa Maria La Stella, ad Aciplatani, e via di seguito, la situazione non dovesse normalizzarsi, che ne sarà di questi luoghi che potrebbero presto essere dimenticati da tutti?

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