Terremoto di Santo Stefano, se le pietre potessero parlare chissà quante cose avrebbero da raccontare

marzo 3, 2019

di Saro Faraci

Le parole sono come pietre talvolta e fanno più male delle cose non dette. Le pietre però non hanno parola. Se potessero proferire avrebbero tante cose da raccontare. A partire da quella notte a cavallo tra Natale e Santo Stefano del 2018 quando la terra ha tremato così forte che tante pietre di molte case in nove comuni etnei sono cadute giù, ma la maggior parte delle case sono rimaste in piedi e tutta la gente è uscita da quelle case con i propri piedi. Per questo lo hanno chiamato il terremotino; lo hanno gestito fino adesso e lo stanno gestendo ancora come se fosse una noiosa pratica da disbrigare in mezzo a tutti gli altri incartamenti che riempiono le scrivanie degli uffici pubblici. Chissà quante cose avrebbero da dire le pietre se solo potessero parlare. Anche e solo per difendere il proprio onore, la propria storia, lo scrigno di ricordi ed emozioni che custodiscono.

Quello di Santo Stefano passerà alla storia come l’evento sismico in cui si sono commessi in poche ora più errori di comunicazione pubblica ed istituzionale che in qualsiasi altra emergenza degli ultimi tempi. E la comunicazione, si sa bene, è fondamentale ai giorni nostri. Le televisioni nazionali hanno fatto passare il sisma Catania – così lo hanno frettolosamente chiamato – per un evento fortemente calamitoso, per fortuna senza morti ed è per questo che il vice premier si è precipitato a vedere di persona quello che stava succedendo nei paesi etnei, mentre nel frattempo il popolo dei turisti si affrettava a cancellare vacanze e prenotazioni in una sorta di psicosi collettiva. Primo errore. Data la mancanza di morti e feriti, si sono ricreduti e lo hanno ribattezzato il terremotino ma dai salotti televisivi hanno scaricato tutte le responsabilità sulla gente del luogo che agli occhi del Paese è stata etichettata come abusiva a prescindere perché rea di vivere in un luogo così pericoloso e senza i necessari accorgimenti, insomma abusiva prima ancora negli atteggiamenti che nei comportamenti attuati. Secondo errore. Infine, siccome terremotino non rendeva bene l’idea di quanto successo, qualche altro ha pensato bene di degradarlo ad una semplice scossa, sentenziando che i terremoti sono ben altri, quelli in cui i morti nelle bare sono allineati uno a fianco l’altro, in attesa dei funerali di Stato. I “terremorti”, insomma. Terzo errore. In poche ore si è realizzato un capolavoro di comunicazione pubblica, televisiva ed istituzionale, totalmente distorta.

Mentre tutti parlavano e le parole di molti diventavano come pietre per la gente del luogo, le pietre invece rimanevano lì a terra senza parola, fotografate, riprese, filmate, zoomate ma impossibilitate a pronunciarsi, a difendersi, a raccontare la verità dei fatti. Nessuno le mai ha intervistate. Saranno condannate o assolte, a seconda dei casi, senza aver avuto la possibilità del contraddittorio. Però sono state tutte individuate, schedate e catalogate e adesso giacciono da qualche parte dentro gli imperscrutabili sistemi informativi della macchina burocratica lentamente attivatasi dopo che i primi soccorsi venivano prestati alle popolazioni dei luoghi colpiti dal sisma. Soltanto le pietre “più pericolose” sono state rimosse perché di intralcio; le altre giacciono ancora a terra dentro le abitazioni, gli edifici commerciali, le Chiese o ai piedi dei muretti a secco del paesaggio etneo.

Sono trascorsi due mesi e cinque giorni. E’ tempo di fare un primo bilancio. Sono stati stanziati dal Governo dieci milioni di euro fin qui serviti a pagare le spese di gestione della macchina dell’emergenza. Insufficienti. Sono state emanate tre ordinanze della Protezione Civile nazionale cui si sono adeguate almeno una decina di direttive regionali. Confusionarie. Ogni documento aggiunge o toglie un pezzo alla versione precedente e non tutto è sempre scritto in modo chiaro. Si attende il decreto del governo sulla ricostruzione che dovrebbe stanziare 320 milioni di euro, così ha tranquillizzato il sottosegretario Vito Crimi. Promesse, ancora non impegni. Sono state notificate migliaia di richieste di sopralluoghi, e pian piano i Sindaci hanno emesso centinaia di ordinanze di sgombero totale o parziale degli edifici inagibili; chi è rimasto senza casa, ha alloggiato negli alberghi, si è sistemato presso parenti, ha preso in affitto un’altra abitazione, magari accedendo al contributo di autonoma sistemazione. Ordinaria amministrazione. E tutto il resto? Non ci risulta che, nei nove comuni interessati dal sisma, sia finora stata presentata una sola CILA per l’avvio dei lavori di ripristino delle abitazioni e l’accesso al contributo fino a 25.000 euro. Le attività commerciali sono al collasso e potranno accedere alle provvidenze finanziarie solo quelle che saranno capaci di dimostrare il nesso di causalità diretta fra i danni subiti e l’evento sismico. All’incirca si tratta di una sessantina di imprese, ma le attività interessate dal sisma sono sicuramente di più. Qualcuno negli uffici pubblici dovrebbe interrogarsi sulle ragioni di tale lentezza e di siffatta approssimazione nelle attività di ricognizione.

Ah se le pietre potessero parlare! Racconterebbero di un Belpaese, cioè l’Italia, in cui non esiste più solo lo scollamento fra società civile e classe politica, ma anche il “muro contro muro” fra società civile e macchina burocratica; poi c’è pure la distanza abissale fra burocrazia e politica. Infatti la politica prima prende impegni e poi non è in grado di rispettarli, perché c’è sempre qualcosa che si mette di mezzo fra ottica del risultato e quella dell’adempimento, fra buonsenso pratico del fare e giusto senso del dovere. Un senso del dovere che deborda spesso nella paura di decidere, nel sospetto di poter favorire, nell’intransigenza del rispettare alla lettera, nell’atteggiamento difensivo per “non farsi fregare”. Non sarà facile nemmeno questa volta ripristinare o ricostruire per tornare alla normalità dopo il terremoto di Santo Stefano.

Le pietre custodiscono segreti, ricordi ed emozioni che taluni sospettosi burocrati interpretano spesso come abusi. Di fronte ad un possibile abuso edilizio, dicono i burocrati, bisogna vederci chiaro e dunque non si adotta alcuna decisione. Si prende tempo, mentre passa il tempo. La verità non si sa da quale parte stia. Forse quelli che sembrano abusi tutti da dimostrare sono soltanto i momenti intimi di una “vita di casa” dentro le mura domestiche che dalle parti di Fleri, di Pennisi, di Fiandaca e degli altri luoghi colpiti dal sisma di Santo Stefano ruota ancora attorno alle famiglie, ai valori, ai principi, alle complicità, ai legami tra i componenti del nucleo familiare. Nessun abuso forse, ma soltanto rispetto del focolare domestico. Bisognerebbe fare una riflessione su questo tema, altrimenti un intero popolo si farà passare come abusivo con la stessa facilità con cui sbrigativamente si è consigliato a suo tempo di delocalizzare in massa.

E’ proprio grazie alla solidarietà all’interno e fra le famiglie che il dopo-terremoto si sta vivendo con grande dignità, pur nel dolore dei crolli, delle perdite, delle rovine. Ed è sempre dalle famiglie che queste comunità ripartiranno. Più velocemente della burocrazia che procrastina e non decide, più realisticamente della politica che promette e non riesce a mantenere.

 

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