Terremoto, dopo 53 giorni il ritorno alla normalità è lontano ma ormai non servono più parole

febbraio 17, 2019

di Saro Faraci

Il tempo delle parole, anche quelle soltanto di conforto, è scaduto. E non servono più le parole quando diventano soltanto interlocutorie per prendere tempo, per rinviare decisioni, per giustificare errori che non saranno mai ammessi, per inseguire l’adempimento dimenticandosi però del risultato. Non servono le parole quando tentano solo di rivendicare il senso di un dovere compiuto oltre misura (niente di eccezionale, solo di dovere si è trattato), dimenticandosi però che c’è pure un senso pratico, ormai merce rara, che vale tanto quanto il primo. Senso pratico che è senso della realtà soprattutto. Parole, fiumi di parole. Come se ci fosse un’eruzione continua che non si arresta più.

Dal terremoto di Santo Stefano sono passati cinquantatre giorni e, a parte la decisione coraggiosa di pochi operatori economici di ripartire, non si riesce a tornare alla normalità. Non è il piagnisteo lagnoso di chi aspetta provvidenze dall’alto. Alle pendici dell’Etna la gente è abituata a fare prima ancora che a parlare. E’ silenziosa e discreta non perchè sia ignorante e timida, ma perchè è popolo di persone laboriose e fattive. Adesso invece la gente è impotente. C’è come un senso di smarrimento fra le persone, prima ancora che di sfiducia verso istituzioni e leader. E’ come se le lancette dell’orologio si fossero  fermate alle 3.19 di quella notte quando – tanto per provare a spiegare a parole a quanti ancora non se ne fossero resi conto – è come se due mani giganti uscite dalle viscere della terra avessero afferrato le case dalle mura esterne, le avessero sbattute fino a far sentire il rumore del cemento contro il ferro, le avessero strapazzate e fatte ruotare; poi di colpo le avessero fatto cadere giù di peso, causando un’esplosione di oggetti, di mattoni e di pietre. Pochi secondi di terrore, indimenticabili per molti. Miracolosamente nessuno è morto, con quella accelerazione del suolo di 1,3 di un sisma di magnitudo 4,8 con epicentro ad un km. Ancora adesso quando si va a letto la sera, c’è il timore di dover essere svegliati nuovamente nel cuore della notte come a Santo Stefano.

Il sisma ha interessato nove comuni, dove vivono 142.706 persone e ci sono oltre 13.157 mila unità produttive locali che sostengono l’economia locale. Siccome nessuna fra quelle 142 mila e passa persone è morta né si è ferita mortalmente, e nemmeno uno fra quei 13 mila e passa imprenditori ha finora compiuto un gesto folle per disperazione, qualcuno si è sentito in dovere di dire che è stato un terremotino, non un terremoto. Un vero terremoto – hanno spiegato alla gente, come se la gente fosse ignorante – rade al suolo case ed interi palazzi, semina morti all’istante e ne causa altri per traumi o soffocamento sotto le macerie, provoca sconquasso nella vita delle persone a partire dai bisogni più elementari, costringe i sopravvissuti a vivere nelle tende e nei containers per lungo indefinito tempo. Siccome tutto questo a Fleri, a Pisano, a Pennisi, a Monterosso e così via non si è verificato, è inutile drammatizzare. Si è trattato di un terremotino. Così è, se vi pare.

L’apertura della faglia di Fiandaca ha scosso la terra ma ha liberato pure fiumi di parole, più o meno tecniche, più o meno burocratiche, per spiegare cosa è successo, cosa non è successo per fortuna, cosa potrebbe accadere da un momento all’altro, cosa probabilmente non accadrà a breve. Approssimativamente, finora saranno stati al massimo due su dieci i tecnici che si sono calati veramente dentro la faglia per studiarne caratteristiche geomorfologiche e provare a capire cosa realmente è accaduto. Undici su dieci invece ne hanno parlato e continuano a parlarne; alcuni invocano banche dati e strumenti ancora più sofisticati per provare a capirne di più. Altri fantasticano persino su ipotesi di delocalizzazione perchè vivere sulla faglia è come affidare in gestione al conte Dracula  un laboratorio d’analisi per i prelievi del sangue.

Il tempo delle parole è scaduto. Domenica scorsa ad Acireale i comitati locali dei terremotati coordinati dall’ex magistrato Salvatore Scalia hanno fatto un vero miracolo, richiamando in un cinema parlamentari regionali e nazionali, il coordinatore regionale della Protezione Civile, i Sindaci dei nove comuni colpiti dal sisma e quello della Città Metropolitana di Catania, tecnici, professionisti e tantissime persone fra sfollati e terremotati. Alla prima vera prova del nove, alcune parole pronunciate sono volate via subito col primo vento di stagione. Parliamo di stagioni politiche però, non meteorologiche.

Nella settimana che si è appena chiusa, la Regione Siciliana ha approvato la legge finanziaria e non c’è un solo articolo che abbia previsto provvedimenti o misure per il terremoto. Soltanto un ordine del giorno è stato approvato per impegnare, a futura memoria, la Regione e i suoi assessorati ad intraprendere una serie di azioni in favore dei luoghi e delle popolazioni colpiti dal sisma. Ancora promesse su promesse che si aggiungono a quelle della Protezione Civile nazionale, di quella regionale e del Governo centrale.

Sperare, promettere e giurare – lo insegnano ai licei richiamando un simpatico ritornello per ricordare una regola della grammatica latina – sono verbi che si coniugano al futuro. Ed il futuro è incerto, per definizione. Dei tre verbi promettere è quello che si accoppia con mantenere che è un verbo d’onore. Le promesse vanno mantenute, non nel senso che si debba necessariamente e per forza fare ciò che è stato prima garantito. Mantenere può voler dire anche tenere per mano, accompagnare strada facendo, in modo da rendersi conto insieme che qualcosa si può cambiare, si può rettificare, ma comunque si può ancora fare. Alla prima vera difficoltà, cioè quella di far quadrare i conti di un complicatissimo bilancio regionale dove mantenere le riserve indiane rivendicate da alcuni parlamentari è ancora più difficile che promuovere vero cambiamento collettivo, tutti si sono dileguati. La Regione ha mollato la mano, i terremotati sono rimasti soli. Rimane per fortuna un ordine del giorno che, evocando questa volta il verbo sperare, almeno potrà guardarsi come il bicchiere mezzo pieno.

Adesso tutte le speranze sono riposte nel decreto governativo sulla ricostruzione che, giurano i più informati (e andiamo al terzo verbo tra quelli da coniugarsi al futuro, giurare), arriverà entro la fine del mese, cioè fra dieci giorni tanto per esser chiari. Realisticamente sappiamo che non potrà essere così. La stratificazione di ordinanze e direttive fin qui approvate, alcune più recenti in contraddizione con le prime emanate a caldo, dimostra che il quadro non è ancora del tutto chiaro chiaro. Soprattutto quello informativo. Si è trattato di un “terremotino”, hanno ragione i tecnici. Perchè se fosse stato un terremoto vero e proprio si sarebbero attivati prontamente tutti quei protocolli di intervento e di natura informativa che permettono di fronteggiare, con sicura padronanza e grande cognizione di causa, tutte le sfaccettature di una calamità così grossa. Invece, un terremotino non è come un terremoto; dunque c’è sempre spazio un po’ di improvvisazione.

Ad oggi una quantificazione dei danni non è stata fatta. Se nei nove comuni colpiti dal sisma ci sono, come si è detto in una riunione ad Aci S.Antonio, cinquemila abitazioni danneggiate e di queste un migliaio sono totalmente inagibili, i danni non dovrebbero essere inferiori a 150 milioni di euro, assumendo che tutte le case parzialmente inagibili abbiano subito danni pari a 25 mila euro (risarcibili col contributo di ripristino) e le abitazioni totalmente inagibili siano andate incontro a rovine pari almeno al doppio. In realtà il dato è largamente sottostimato e la gente che è tornata nelle proprie case coi tecnici ha contezza che, perfino nelle parzialmente inagibili, i danni sono superiori a quel valore soglia di 25.000 euro che, in teoria, potrebbe consentire di ripartire subito, come aveva auspicato il vice premier Luigi Di Maio in visita nei luoghi colpiti dal terremoto fin dal giorno dopo. Invece, il Governo nazionale finora ha stanziato solo dieci milioni di euro complessivi (ed una parte già sono stati spesi per gestire l’emergenza), mentre quello regionale ha approvato un ordine del giorno, senza prevedere nemmeno un quattrino.

I danni però non si fermano qui, sono ancora superiori. Di gran lunga superiori. Tra gli edifici colpiti ci sono quelli appartenenti ad imprese, ad opifici, ad attività produttive che risentono pure dei danni alle attrezzature, agli impianti e alle scorte di materie prime e di prodotti finiti. E poi ci sono i mancati guadagni, le perdite di fatturato inestimabili al momento. Numerose sono le attività in ginocchio direttamente, per effetto della inagibilità parziale o totale degli edifici, e indirettamente per via del minor “traffico di persone” che si registra a Pennisi, Fleri, Pisano e così via, luoghi tradizionalmente di passaggio e sempre ferventi di attività commerciali, artigianali, agricole e ricettive. E poi i danni alle scuole, alle Chiese, ad edifici pubblici e alla viabilità. C’è una economia al collasso e ancora negli uffici si producono carte su carte, soltanto per adempiere al dovere di normare e senza preoccuparsi di raggiungere un solo risultato concreto. Il titolare di una bottega ci ha fatto presente che, pur essendo chiuso il suo esercizio, dovrà ugualmente pagare l’INPS il prossimo mese. Ma senza reddito da attività imprenditoriale come farà a onorare quel debito verso lo Stato?

Per questo non servono più le parole. Sono necessari i fatti. Ma per compiere buone azioni, perchè è questo che vuole la gente per tornare alla normalità, serve anche un po’ di senso pratico. Che si è perso del tutto, alla ricerca spasmodica di un senso del dovere che vuole essere esempio di legalità e trasparenza per tutti, ed è giusto che sia così, ma che sta smarrendo del tutto il senso della realtà. E la realtà è ben diversa da come qualcuno la immagina negli uffici. E’ piena di problemi pratici di cui andrebbe fatta una ricognizione per poi trovare una soluzione. Altrimenti, all’INPS chi lo dirà che un povero imprenditore diventerà illegale perché nessuno gli crea le condizioni per farlo ripartire e produrre reddito? E se arrivasse una cartella esattoriale, gliela notificheranno dentro la faglia di Fiandaca?

Aggiornamento

Il commissario regionale della Protezione Civile Calogero Foti ci ha comunicato i dati ufficiali ad oggi 17 febbraio. Nei nove comuni colpiti dal sisma, gli edifici totalmente inagibili sono 1.270, mentre quelli parzialmente inagibili 1.670, la metà dei quali all’incirca soltanto a Zafferana Etnea, il comune più flagellato. Quattromila invece le abitazioni agibili. A conti fatti, dunque i danni stimati sarebbero superiori a 105 milioni di euro, se continuiamo ad applicare quelle stime di cui sopra, ovviamente rettificando l’importo precedente.

Il Presidente della Regione Nello Musumeci invece ha dichiara “E’ lo Stato che si farà carico di tutte le spese per la ricostruzione. Lo prevede l’ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La Regione interverrà sulle infrastrutture pubbliche, non potrebbe a favore dei privati, e lo farà con il Fondo sviluppo e coesione. Da un mese sollecito il governo centrale”

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *