Testimoni di giustizia, Ignazio Cutrò: “Lo Stato deve scegliere da che parte stare”

settembre 17, 2019

(foto di Francesco de Simone)

di Katya Maugeri

BIVONA – «Io sono stato il primo testimone di giustizia in località di origine e non protetta. Perché la vera rivoluzione è questa: non deve essere la gente onesta, la parte sana dell’Italia ad andare via dalla propria Terra, ma devono essere loro, i mafiosi, a lasciare il nostro territorio», sono parole intrise di rabbia e indignazione quelle di Ignazio Cutrò, l’ex imprenditore siciliano che ribellandosi alle logiche mafiose fatte di pizzo e ricatti ha rischiato la propria vita. Oggi è il presidente dell’associazione nazionale testimoni di giustizia e combatte la realtà mafiosa come portavoce dei tanti emarginati che hanno denunciato con coraggio.
«Continuo a ribadirlo senza mai stancarmi: serve denunciare, nonostante le intimidazioni, il timore, la burocrazia, l’indifferenza della società, degli amici. Denunciare ci salva. Sono orgoglioso di aver scelto da che parte stare, ho il coraggio di guardare i miei figli negli occhi, lo Stato siamo noi: le denunce vanno fatte anche se provano a creare delle scissioni, è vero, ma dobbiamo essere più forti di loro». Ignazio Cutrò è un uomo che ha scelto di non abbandonare la sua Sicilia, vive nella sua Bivona dove faceva l’imprenditore. In quel luogo che tanto ama e dove qualcuno, con atti intimidatori, voleva convincerlo ad arrendersi. Ma senza alcun successo. I testimoni di giustizia, se lasciati partire, diventano ombre al buio rinunciando a ogni diritto, a una identità. Alla vita. «Lo Stato se vuole vincere – ma credo che al momento non lo voglia fare – deve garantire ai testimoni o a chi denuncia il pizzo di combattere questo fenomeno nel loro territorio garantendo chiaramente una sicurezza adeguata», l’associazione durante questi anni ha dato voce a quelli che sembravano solo fantasmi coraggiosi ma silenti per il resto della società, «dovevamo sentirci utili – racconta – e agire tutti insieme nonostante i rischi. Finché la lotta alla mafia in questo Paese non sarà una priorità, la mafia ha vinto. Finché una persona che denuncia viene lasciata a se stessa abbiamo fallito».

Dopo le condanne in primo grado al processo Montagna, Ignazio Cutrò chiedeva di essere riammesso nel programma testimoni di giustizia. Tra gli imputati Giuseppe Nugara, considerato il reggente della famiglia mafiosa di San Biagio Platani, condannato a 19 anni e 4 mesi, attualmente in regime di 41 bis. Nugara, il 6 febbraio 2014, durante una conversazione con un allevatore, intercettata dalle forze dell’ordine, delineava la leadership della famiglia di Bivona, attribuendola a Giuseppe Luciano Spoto, condannato a 19 anni e 8 mesi, e diceva chiaramente su Cutrò: «Appena lo Stato si stanca che gli toglie la scorta poi vedi che poi…». Molta rabbia, ma anche lucidità nell’affermare che «grazie alle intercettazioni di Nugara del 2014, è chiaro a tutti che lo Stato sapeva, ma qualcuno nel 2016 ha ritenuto opportuno che la mia famiglia non correva più nessun rischio: la tutela di un testimone di giustizia dovrebbe essere garantita sempre. Così facendo ci hanno consegnato alle mafie». Ci sono vari modi per uccidere un uomo e la mafia lo sa bene: limitando la libertà, annientando la dignità, oscurando l’identità, interferendo sulle mancate leggi a favore dei testimoni di giustizia per infondere terrore, per indebolire un messaggio che invece risuona sempre più imponente: “denunciate”.

«Io mi appello al nuovo governo – ripete speranzoso Cutrò – e a coloro che ben vestiti vanno alle commemorazioni antimafia, il nostro Paese non ha bisogno di aggiungere altri nomi alla lista delle vittime perché un Paese senza memoria è inevitabilmente senza futuro. Quindi, non serve solo una rivoluzione culturale ma di coscienze: dobbiamo scegliere da che parte stare, una scelta che deve compiere anche la nostra politica».

(foto di Massimo Gugliucciello)

Il destino dei testimoni di giustizia è un labirinto arduo, difficile con uno scudo al quale affidarsi: il coraggio. Un percorso complicato insediato da molte variabili spiacevoli, Cutrò  durante la nostra chiacchierata ricorda Domenico Noviello, riconosciuto testimone di giustizia per aver denunciato i suoi estorsori e aver testimoniato al processo, entrando nel sistema di protezione, che poi fu interrotto, lasciando l’imprenditore senza tutela e vulnerabile alla vendetta dei camorristi. Vendetta che arrivò presto: il 16 maggio 2008 Noviello viene ucciso mentre si reca in macchina per andare a lavoro. Si sarebbe fermato per prendere un caffè e proprio in quel momento i sicari colpirono l’uomo con venti colpi di pistola di cui uno alla testa. Noviello rappresentava l’imprenditoria libera dai ricatti mafiosi, «ad ucciderlo non è stata la mafia, ma lo Stato» perché lasciato solo, vulnerabile, gettato nei tentacoli della piovra.

«Non possiamo chinarci al potere mafioso e chi lotta contro questa realtà deve farlo per vocazione non certo per denaro. La nostra associazione – autofinanziata – non percepisce fondi dallo Stato», e delle tante associazioni antiracket? Cutrò sorride, «Con noi raramente collaborano, forse perché spieghiamo sin da subito che non esiste un circuito economico e nessuna passerella sulla quale esibirsi. Queste associazioni sono utili finché quei soldi vengono spesi realmente per assistere chi denuncia, per le assistenze psicologiche necessarie, sono importanti fino a quando resta ben chiaro che la vittima non è chi sceglie di fondare un’associazione, ma lo è chi ha realmente denunciato. È importante che nelle scuole, nei congressi, durante le manifestazioni, siano le vittime a parlare portando la loro testimonianza. È inaccettabile raccontare una realtà come quella dei testimoni di giustizia per sentito dire. Le associazioni devono avere un compito lineare: divulgare e promuovere la legalità senza dimenticare la loro missione, assistere le vittime senza ridurle in larve, emarginandole o sostituendosi a loro. Questo non dovrebbe mai accadere».

L’Italia è in guerra contro la mafia. In questo clima così confusionario «vorrei che il nuovo governo inserisse tra le priorità la lotta – concreta – alle mafie e una adeguata assistenza per i testimoni di giustizia: alcuni di loro attendono ancora procedure basilari, altri non hanno i soldi necessari per fare ricorso al Tar – è atroce. Lo Stato deve dimostrare, con le leggi e col cuore, di stare dalla nostra parte».

Ignazio Cutrò è determinato, anche quando con molta amarezza racconta con quanto dolore ha abbandonato l’idea di salvare la propria azienda accettando un nuovo incarico. È un geometra orgoglioso perché può garantire uno stipendio alla sua famiglia, ma un imprenditore sconfitto, abbandonato da uno Stato che non ha lottato insieme a lui. «Istituzionalmente non mi sento protetto – conclude con tono meno raggiante – sono un uomo libero, sì, ma non protetto. La mattina quando esco di casa arriccio le spalle, perché le nostre strade non sono più nere d’asfalto ma rosso di sangue. E la sera, invece, quando mi addormento sogno sempre di essere nei miei cantieri per seguire i lavori, quei progetti mai conclusi. In realtà mi hanno ucciso da vivo”.

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