Testimoni di giustizia, l’odissea di chi lotta contro la mafia e l’indifferenza dello Stato

agosto 21, 2019

di Katya Maugeri

«Ma le conviene fare tutto questo? Io non ci sarei riuscito. Avrei pagato, sì. Molto meglio. Lei è libero di scegliere: c’è chi decide di diventare un eroe e andare sui giornali e chi sceglie di vivere tranquillamente», lui invece è orgoglioso di aver denunciato. L’imprenditore siciliano si racconta con commozione e delusione: i sacrifici di una vita, un’azienda che amava, l’armonia familiare distrutta. Violenze e ricatti, paura e rabbia, un’odissea che dura da quindici anni. Ma davvero un testimone di giustizia è un eroe che vuole solo apparire? No. È una persona che sceglie un percorso da intraprendere: quello lontano dalla mafia.

Decidono di denunciare per non sentirsi complici, ma continuano a vivere ancora in un limbo. I loro epiloghi sono spesso tragici: molti sono stati uccisi e molti altri hanno scelto di togliersi la vita, non facendo notizia. Restando in ombra. «Ricordo di un uomo che scelse di suicidarsi proprio perché non riusciva a sostenere la situazione: era di Gela e dopo la denuncia si nascondeva a Biancavilla. Perché denunciando perdiamo tutto, persino la dignità. Costretti a nasconderci come topi, come se avessimo commesso noi chissà quale crimine».

Il suo è un tono combattivo, ma anche stanco. «La politica ha archiviato questa realtà considerandoci quasi dei disturbatori. Dopo la denuncia bisogna andare via, non si può vivere il territorio poiché lo Stato non essendo presente concretamente come lo è Cosa nostra, capillare nel loro esercito, con il loro denaro, non garantisce nessuna tutela. solo rischi, solo paura di essere uccisi o di non essere talmente forti da sopravvivere. Lo Stato arranca perché  non ha nessuna intenzione di affrontare questa emergenza, perché è di emergenza che si tratta. Inutile negarlo. Tacita, silenziosa che cercano di tenere a bada. Le istituzioni affrontano l’argomento solo per facciata, nessuna sostanza o soluzione concreta». Una sconfitta anche per l’economia locale, «chiaramente gli imprenditori che vedono il nostro percorso preferiscono pagare il pizzo, la nostra economia è destinata a questo: al terrore di confrontarsi con la mafia che inesorabilmente invade il nostro territorio. Ci sono produttori che non investono perché dopo aver subito minacce hanno mollato tutto», la malavita sa che non conviene colpire un testimone di giustizia, ma serve indebolire il desiderio di denuncia. In che modo? «Attraverso dei danni concreti: furti di macchinari costosi, danni consistenti alle aziende. Gesti ignobili per marcare le loro leggi, il loro predominio. Dimostrando agli altri che denunciando si rischia di perdere tutto e pagando il pizzo, invece, si è tutelati. In realtà il loro piano sta funzionando».

Un messaggio chiaro al quale Cosa nostra non rinuncia. Questo cambio di strategia neutralizza, perché agli iter burocratici lenti si contrappone il loro modo veloce, rapido, efficiente ed efficace. Per contrastare il fenomeno serve colpirli al cuore aggredendo i loro patrimoni illeciti, «li combatti così: indebolendo il bene più prezioso, il potere economico. La mafia è presente e segue il suo codice, diverso dal nostro. Difficile da decifrare». È una presenza costante alla quale non dobbiamo abituarci perché è vero, “ci sono meno morti”, ma solo per non innescare un allarme sociale, «se pensiamo a Catania, a San Giovanni Galermo sono presenti otto, nove piazze di spaccio che garantiscono oltre 30mila euro al giorno, soldi che vengono investiti in maniera palese nelle attività di ristorazione, di rifornimento, là dove è facile far circolare denaro liquido. La movida catanese è ricca di locali intestati a dei prestanome. E sono sempre loro. Ovunque. Alcuni emettevano pure la fattura del pizzo che incassavano», racconta in modo ironico.
Cosa nostra non teme la società che cambia, riesce a trovare la strategia per ogni occasione. «E noi, testimoni di giustizia, restiamo all’ombra delle loro minacce solo perché abbiamo avuto il coraggio e la dignità di opporci a questo sistema malato chiamato mafia». Non è facile, «nonostante la presenza di Piera Aiello – spiega l’imprenditore – prima parlamentare con lo status di testimone di giustizia componente della Commissione antimafia, i passi da fare sono ancora tantissimi. Sarebbe opportuno, per esempio, creare all’interno del Tribunale un nucleo permanente relativo ai testimoni di giustizia formato da esponenti  della sezione penale, civile ed esecutiva che eviterebbero iter lunghi e affannosi che vanno a danneggiare e non tutelare la vittima».

Continuano a essere invisibili, nonostante le denunce, soli nonostante gli appelli, in quel limbo pieno di domande rivolte a uno Stato distratto.

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