Tossicodipenza e Coronavirus, Gruppo Abele: "Rischiamo che un’emergenza sanitaria possa generarne un’altra"

Tossicodipenza e Coronavirus, Gruppo Abele: "Rischiamo che un’emergenza sanitaria possa generarne un’altra"

di Katya Maugeri

L’emergenza Covid-19 durante questa lunga quarantena ha messo in luce persino le ombre. Ha lasciato che emergessero inevitabilmente disagi che la società ha l’abitudine di trascurare, come la realtà di molta gente che in questo periodo vive in un limbo: i tossicodipendenti.

Per donne e uomini che hanno dovuto relazionarsi con la loro dipendenza in modo diverso, tutto sembra amplificato e difficile da gestire. Una dipendenza che diventa esigenza e persino giustificazione. Nelle scorse settimane, infatti, era uscito su tutti i giornali «Cerco droga, ne ho bisogno», la motivazione di un giovane fiorentino riportata sulla propria autocertificazione e presentata alla pattuglia che lo ha fermato per i controlli anti Covid-19.

Si continua a cercare droga, sì, ma in che modo? E se è vero che gli spacciatori sono scomparsi, almeno dalle strade, è pur vero che serve adesso chiedersi che cosa sta succedendo nelle case ai tossicodipendenti: come si procurano la droga? Dove? E che materiali usano? Sono sterili? E se non lo sono, dove li prendono e che rischi ci sono per la salute?

Secondo l’ultima relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze 2019, nel 2018 le vittime per overdose sono 334, 38 in più rispetto all’anno precedente. Tra il 2017 e il 2018 è emersa una crescita del 28 per cento di ricoveri per oppiacei, un valore che per la cocaina sale invece al 38 per cento.

«La globalizzazione – si legge nella relazione – l’interscambio delle merci, la mobilità delle persone e i progressi tecnologici hanno rimodellato disponibilità, scelte e utilizzi. Conseguentemente, si modificano i problemi sociali, sanitari e di sicurezza a essi associati. Uno degli effetti cronici legati all’uso di sostanze è notoriamente la dipendenza, alla cui diffusione hanno dato risposta, assistendo oltre 133.000 soggetti, i 568 servizi pubblici per le dipendenze insieme alle 839 strutture socio-riabilitative censite sul territorio nazionale (delle 908 presenti)».

Ma in Italia i Servizi pubblici per le dipendenze (Serd), a causa del Covid-19 non stanno attraversando un buon momento. Qual è la situazione attuale? «È una situazione abbastanza variegata – spiega Lorenzo Camoletto, formatore del Gruppo Abele – a seconda dei posti, dei provvedimenti e delle risposte delle Asl. È difficile, quindi, fare un quadro complessivo, di sicuro molti servizi sono chiusi o hanno ridotto i loro tempi di apertura e anche le loro disponibilità».

La carenza di personale e di accoglienza nei drop in e del Serd sta causando un notevole disagio, «molti Serd hanno chiuso o non hanno preso dei nuovi ingressi. Ci sono delle situazioni in cui si è abbassata un po’ la soglia della prescrizione del metadone proprio per evitare assembramenti nelle distribuzioni. Sono aumentati gli affidi come numero e numero di giorni e c’è stato un tentativo di compensazione. Sicuramente, anche qui, si vive una situazione in cui anche il mercato e il supporto medico complica la situazione».

Una carenza che interessa anche la sicurezza. Che materiali vengono utilizzati dai tossicodipendenti e dove li prendono? Sono sterili, quindi sicuri? «Purtroppo la situazione attuale che vede molti dei servizi di riduzione del danno con orari ridotti o addirittura chiusi ci lascia dei dubbi su come e quanto le persone che usano sostanze, riescano a reperire degli strumenti sterili».

La situazione è molto diversa da regione a regione. «A Napoli, nonostante l’emergenza, continuano le attività di prossimità, In altri luoghi, soprattutto al nord, le attività sono sospese. Stiamo cercando, quindi, di realizzare una mappatura nazionale sulla situazione per capire come i ragazzi riescano a sopperire a questa emergenza e come si possa dare una risposta. Da più parti sappiamo di volontari che si sono offerti di portare personalmente le siringhe sterili. Ma, tanto sarebbe semplice a dirsi quanto è complesso a realizzarsi: le limitazioni sono stringenti e le norme confuse».

Anche la questione delle esigenze sanitarie non è ben definita. «Temiamo che neppure la presenza di associazioni forti alle spalle di questi volontari possa bastare a evitare di incorrere in problemi o sanzioni. Il timore è che un’emergenza sanitaria possa generarne un’altra».

Che rischi ci sono per la loro salute? «Limitare l’accesso agli strumenti sterili può ingenerare un’emergenza sanitaria a due livelli. Una diretta: il fatto che non si riesca ad accedere in un posto sicuro e, quindi, a materiali sterili per il consumo, può costringere all’uso di  strumenti sporchi. E, peggio ancora, può portare alla loro condivisione, nei fatti moltiplicando il rischio del contagio di malattie trasmissibili. Uno indiretto: dovendosi nascondere, cercare delle situazioni di promiscuità che non siano visibili, aumenta la possibilità del contagio relativo al Covid-19».

Molti di coloro che fanno abuso di sostanze o di alcol sono spesso senza fissa dimora. In che modo si dovrebbe quindi intervenire per aiutarli e prevenire ulteriori danni? «Si è costretti a reperire alcune sostanze perché sembra controintuitivo, ma ce ne sono alcune per le quali uno non può scegliere di smettere. Deve prenderle. Quindi la soluzione è quella di riuscire a immaginarsi una implementazione di strategie di prossimità, una deregolamentazione di alcune situazioni, per esempio l’idea del Portogallo. Ovvero, dare il permesso di soggiorno e la possibilità di avere la giustificazione per muoversi a prendere gli strumenti.

Aumentare, inoltre, la disponibilità dei Serd – in parte si sta già facendo – rispetto alle terapie agoniste e al sostegno costante di queste persone. In questo momento – conclude Camoletto – alcuni dei consumatori che non si sono mai rivolti al Serd, stanno cercando di farsi mettere in carico. Garantire l’apertura di nuove cartelle sarebbe uno dei primi obiettivi».

Senza provvedimenti, ci potremmo trovare a dover gestire una situazione incontrollabile, una somma di crisi: sociale, sanitaria, umanitaria. Sarebbe utile accorgersene e intervenire in tempo, prima che sia troppo tardi.

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