Unorthodox: il coraggio di (ri)nascere con un paio di jeans

Unorthodox: il coraggio di (ri)nascere con un paio di jeans

di Rossella Fallico

Trovata un po’ per caso, durante una notte insonne sotto effetto quarantena da Covid-19, la mini serie Unorthodox è stata davvero una sorprendente scoperta. 

Creata da Anna Winger e Alexa Karolinski, è basata sull’autobiografia “Unhorthodox: The Scandalous Rejection of my Hasidic Roots” di Deborah Feldman del 2012. La scrittrice Feldman è nata e cresciuta nella comunità chassidica della Grande Mela, una comunità di ebrei ultraortodossi. All’età di vent’anni è scappata a Berlino, portando con sé il figlio. La miniserie, “solo” quattro puntate della durata di cinquanta minuti ciascuna, racconta la storia di una giovanissima donna nata e cresciuta nella comunità chassidica di Brooklyn, precisamente nel quartiere di Williamsburg.

Esty, la protagonista diciannovenne, scappa da New York verso Berlino: una fuga da una vita che la opprime, da un matrimonio forzato e da un ruolo di donna-procreatrice in cui non si rivede. Si, siamo a Brooklyn nel 2020, ma dimentichiamo di esserlo: la città non viene mai ripresa nella sua grandezza, lucentezza e diversità, ma solo perlopiù in ambienti chiusi, angusti e dal gusto retrogrado.

La fuga verso Berlino non è un atto di ribellione, è un atto di consapevole e desiderata (ri)nascita

Immaginate una comunità fortemente scandita da riti religiosi, in cui sono banditi libri, radio, televisione, giornale e, il male dei mali, internet. Parlare la lingua inglese è assolutamente proibito, in favore della lingua yiddish.

La sessualità è un tabù, i matrimoni sono combinati e necessari solo al fine della procreazione: ogni donna dopo il matrimonio deve “assicurare” al proprio consorte una ricca prole. E se non succede, questo può diventare motivo di richiesta di divorzio da parte del marito poiché la donna “ha qualcosa che non va”.

Dopo il matrimonio le donne sono obbligate ad un rito che le priva della loro femminilità: la rasatura dei capelli. Ed ecco perché quando escono di casa sono costrette a portare delle parrucche: quella nuca alla luce del sole potrebbe essere fin troppo provocatoria. Così come è provocatorio per una donna cantare in pubblico. La donna ha un ruolo ben definito, svuotata della propria identità: quell’identità che Esty si sforza invano di trovare all’interno del rapporto con il marito, in quel percorso di vita in cui lei ne è comparsa e mai protagonista. Esty ci prova, ma comprende sempre più “di essere diversa” come più volte ribadisce. Ed è in quella diversità che vuole realizzarsi.  

Esty (ri)nasce a Berlino: non conosce nulla del mondo, se non quello bigotto in cui è nata. Non sa nemmeno cosa significhi ordinare un caffè al bancone o effettuare una ricerca su Google: Berlino rappresenterà le sue prime volte. Vuole vivere, vivere delle sue passioni tra cui la musica, bere una birra, andare a ballare e provare emozioni. Non vuole essere prigioniera di un matrimonio privo di amore e di una vita in cui non trova un proprio spazio vitale. La forza di Esty si contrappone continuamente alla debolezza e all’ingenuità del marito, Yanky, completamente soggiogato ai voleri e valori della comunità e a quelli di sua madre.  Yanky è un debole, una vittima a cui manca probabilmente la forza di evadere da quella vita infelice, che però riconosce come l’unica vita possibile. Pur di non perdere Esty arriva a tagliarsi i payot, i lunghi boccoli laterali che scendono sul suo viso: questo gesto non fa altro che marcare sia l’assenza di personalità, sia di coraggio per affermarla. 

Esty e Yanky sono entrambe vittime dello stesso carnefice: l’estremismo, un carnefice silenzioso che si insinua nella vita della comunità, prosciugandone le singole identità.

Ma mentre Yanky è ancora alla ricerca di se stesso, Esty ha trovato la sua identità, ribellandosi a quella rigidità che le ha prosciugato l’esistenza. Inutile ribadire che di estremismo si tratta e che la serie non vuole in alcun modo cadere in sterili generalizzazioni. Tutto viene mostrato nudo e crudo nella sua oggettiva narrazione e, sicuramente, questo è uno dei motivi più coinvolgenti della serie. 

Un viaggio (ri)nascita della protagonista: spogliarsi dei propri indumenti per tuffarsi nel lago, e far annegare, insieme alla parrucca, quella Esty in cui non si rivede. La scelta di un paio di jeans, troppo aderenti per la donna che era, ma perfetti per la donna che sta diventando. Un nuovo rossetto rosso che evidenzia quelle labbra che nascondono un tenace sorriso; un corpo che gradualmente si scopre davanti la cinepresa. Ecco che pian piano conosciamo questa piccola donna, che emerge in tutta la sua forza e caparbietà.

Una serie da vedere tutta d’un fiato: semplice, mai banale e liberatoria, proprio come un paio di jeans.

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