Varcare la Frontiera

Varcare la Frontiera

di Renato Caforio
presidente Centro di solidarietà Il Delfino

“Le pandemie hanno sempre costretto gli esseri umani a rompere con il passato e a immaginare il loro mondo da capo. Questa non è diversa. E’ un portale, un cancello tra un mondo e un altro” – Arundhati Roy

La pandemia da Covid – 19 non è un castigo di Dio, anzi era già stata prevista da un rapporto del 2019 del Global Preparedness Monitoring Borad che indicava la minaccia di una possibile pandemia molto letale. Il Covid – 19 e la sua lunga scia di conseguenti crisi sanitarie, sociali, economiche a livello globale, ci pone di fronte ad una scelta: ragionare e agire per tornare come prima o, in alternativa e più auspicabilmente, ragionare e agire per ripensare e ristrutturare il modello socio-economico capitalistico. 

Il mondo prima della pandemia non era esattamente il “paradiso terrestre”, tutt’altro: le diseguaglianze sociali ed economiche tra le persone, l’aggravarsi dell’inquinamento ambientale, le diverse guerre e persecuzioni etniche e religiose, sono altrettante “criticità” al progresso dell’umanità. Queste crisi continueranno ad avere, se non invertiremo la rotta e varcheremo la frontiera verso un riformato modello sociale ed economico, conseguenze ben peggiori di quelle che oggi stiamo conoscendo con il Covid – 19.

Prendiamo, ad esempio, il tema fondamentale dei servizi sociali e tutela della salute: con la pandemia abbiamo toccato con mano l’inadeguatezza, la fragilità del modello di welfare in materia di salute e servizi alla persona. Abbiamo verificato nell’ultimo anno il fallimento di un “modello” di tutela della salute sbilanciato sugli ospedali e fortemente privatizzato. Un sistema di servizi sanitari e sociali sbilanciato sui ricoveri da una parte e sull’attesa che il cittadino giunga ai servizi dall’altra.

Per debellare 150 anni fa in Italia la pandemia provocata dalla malaria, i medici di allora si recavano nelle abitazioni per le cure e gli interventi di prevenzione. Nel 1990 in Argentina e Messico, che visitai per ragioni di lavoro, avevano un welfare comunitario all’avanguardia rispetto ai paesi dell’occidente: i gravi problemi sociali che presentavano quelle società (povertà educative, dipendenze, salute mentale, disadattamento sociale), venivano affrontati con un modello di prevenzione realizzato nelle comunità locali in cui i professionisti e le istituzioni socio-sanitarie realizzavano servizi di prossimità. In quei contesti sociali i cittadini erano protagonisti del loro benessere e non solo fruitori di servizi.

Il tema è proprio questo: la pandemia ha messo a nudo le deficienze di servizi socio-assistenziali e sanitari dai quali la “delega” dello Stato alla gestione di servizi pubblici ha favorito interessi privati di tipo profit, che hanno fatto scadere l’interesse pubblico in materia di salute e benessere sociale. Contestualmente si è assistito ad un livellamento verso il basso della qualità dei servizi, in particolare verso le persone più fragili: anziani, disabili, persone con patologie psichiatriche e di dipendenza, persone in condizione di povertà.

Varcare la Frontiera per il dopo pandemia assume il significato di una restituzione di valore pubblico essenziale ad un modello di servizi sociali e sanitari centrato sugli interventi territoriali di comunità e prossimità. Dunque, non attesa del cittadino, ma andare verso il cittadino, nei luoghi in cui si conduce l’esistenza delle persone.

Bisogna naturalmente sburocratizzare il servizio pubblico sociale o sanitario che sia; smembrare, specie nel Sud, il concetto riduttivo “del posto fisso “ alla Checco Zalone, per recuperare il concetto “Etico” della funzione pubblica del bene comune di ciascuna Istituzione, di ciascun operatore. Una rivoluzione, però si può fare, anzi lo dobbiamo fare. Nella prospettiva di conseguire una maggiore giustizia sociale, quindi, un contrasto a vecchie e nuove povertà, con l’obiettivo ambizioso, ma irrinunciabile per le democrazie occidentali, di ridurre le diseguaglianze sociali ed economiche che un certo modello capitalistico ha creato negli ultimi 30 anni.

Affidiamo ai giovani questa sfida, soprattutto a loro. Ne va del loro futuro e del resto della società. Diamo ai giovani, capaci e preparati, la possibilità per meritocrazia di entrare nelle pubbliche amministrazioni per compiere questa rivoluzione.

Send a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *