Ventisei anni fa la mafia uccideva don Puglisi. Giuseppe Carini: “Esiste una parte di verità storica che non conosciamo”

settembre 15, 2019

di Katya Maugeri

Don Pino Puglisi era un tremendo ritardatario, “l’appuntamento è alle nove, se alle dieci non mi vedi arrivare aspetti fino alle undici e alle dodici te ne vai”. «Accanto al ricordo doloroso, quello della sua morte, io non posso che ricordare i piccoli dettagli che facevano di lui un uomo speciale. Mi porto anche questo dentro: la sua ironia e la capacità di affidarsi alla Provvidenza. Ci provo anche io, a distanza di ventisei anni». Giuseppe Carini ha un tono di voce spezzato dalla commozione nel ricordare il suo don Puglisi, il sacerdote di Brancaccio che salvava le anime dalla realtà mafiosa. Quella realtà dalla quale Carini era sedotto. «Ero un ragazzo letteralmente affascinato e succube di quella cultura e mentalità mafiosa, desideravo diventare un uomo d’onore. Poi l’incontro con padre Puglisi è stato miracoloso: ho capito chi ero e cosa volevo davvero. Ho così rifiutato la cultura della morte».

Oggi Giuseppe Carini è un testimone di giustizia che vive in località protetta con una nuova identità, ma legato alla sua Palermo. «A Brancaccio è sicuramente cambiata la percezione che la gente ha della mafia e si percepisce il sostegno a chi ha dato un contributo alla giustizia rinunciando alla malavita. Cosa nostra ha subito certamente duri colpi da parte delle autorità giudiziarie, ma è ben lontana dall’essere sconfitta. Rimangono ancora le domande fondamentali sulle stragi Falcone – Borsellino, su quegli anni in cui l’Italia era travolta dagli attentati e sui rapporti tra Cosa nostra e i mandanti occulti che avevano interesse a destabilizzare il nostro Paese. Inoltre molti dei servizi che mancavano nel mio quartiere adesso sono finalmente presenti, come il distretto socio sanitario, una struttura per anziani, punti di riferimento per i giovani, attività ludiche. Ma se mi chiede a Brancaccio, Cosa nostra che fine ha fatto, la risposta è la stessa: i capi mandamento del quartiere Brancaccio – Ciaculli, dopo un quarto di secolo sono sempre i fratelli Giuseppe e Fillippo Graviano. Con loro rimangono immutati i quesiti legati alla vicenda di don Puglisi. È chiaro: esiste una parte di verità storica che non conosciamo, credo che alla base dell’omicidio ci sia stata una decisione ad alti livelli. E aggiunge, non dimentichiamo che nel corso delle indagini è emerso che Leoluca Bagarella si prendeva beffa dei fratelli Graviano rispetto alla loro incapacità di controllare il territorio lasciando a piede libero questo sacerdote per tutto il quartiere. C’è qualcosa di più importante che oggi, dopo ventisei anni, ancora non conosciamo».

Era il 15 settembre 1993 quando la mafia uccideva don Pino Puglisi, nel giorno del suo compleanno. Brutalmente assassinato davanti al portone della propria abitazione. Il suo era un impegno costante, profondo e incessante, una vocazione dell’anima: insegnare ai ragazzi l’amore e il rispetto per loro stessi e gli altri, senza la necessità di essere dei criminali, dei capi.

«Io sono un testimone di giustizia, non un collaboratore – spiega Carini – le mie dichiarazioni sono diventate un contributo esterno alle organizzazioni criminali. Non facevo parte di Cosa nostra. Non ho mai commesso alcun reato. Ero schiavo di quella cultura che aveva fatto dell’uomo d’onore un eroe, un cavaliere, ma questo pesa più a me che ad altri. All’inizio si è tentato da parte di Cosa nostra di confondere le idee indirizzando le indagini verso una rapina andata male e non a un delitto mafioso. Questo pericolo è stato scampato perché ci sono state persone, insieme a me, che hanno testimoniato indirizzando le indagini nella pista naturale: verso Cosa nostra».

Inizia così il suo incubo, quello del testimone di giustizia. Del suo programma speciale di protezione, «sono stato trasferito in località protetta con una nuova identità, condannato a vivere una esistenza fatta di oblio. Non potevo raccontare a nessuno della mia vera identità e nulla mi era dato per tornare alla vita normale. Così, insieme a Ignazio Cutrò e Piera Aiello abbiamo lottato affinché lo Stato riconoscesse il valore degli onesti, fondando così l’associazione nazionale testimoni di giustizia».

Una associazione nata per sollecitare una serie di norme corrispondenti alle esigenze di chi sceglie di contrastare la mafia, un punto di riferimento che diventa il fulcro del sostegno, cercando di far comprendere allo Stato che l’emarginazione non può diventare il risultato di una scelta coraggiosa, giusta, legale.

«Un percorso lungo e difficile, in parte abbiamo raggiunto i nostri obiettivi ma c’è molto da fare: abbattere le resistenze ancora presenti che vorrebbero vederci in un limbo e dimenticati da tutti. Perché allo Stato – come disse un autorevole componente della Commissione Centrale anni fa – servono uomini con mani sporche di sangue, collaboratori di giustizia  e non i testimoni. I nostri diritti e doveri non iniziano e finiscono in un’aula di tribunale nell’ambito del processo in cui abbiamo testimoniato. Non siamo fantasmi, ma uomini con un’identità da difendere».

Giuseppe Carini conduce una doppia vita, come la definisce lui: fuori casa è il signor “non posso raccontarvi chi sono realmente”, mentre con la sua famiglia è sempre quel ragazzo nato a Palermo, «godo di un beneficio che è il frutto di tante estenuanti sollecitazioni da parte dell’associazione: la legge approvata dell’allora governo Crocetta relativa all’assunzione dei testimoni di giustizia nella pubblica amministrazione. Una grande vittoria, ma a chi ha i poteri e la possibilità di fare qualcosa nel nostro Sud dico di investire tantissimo nell’istruzione, creando nuove opportunità di lavoro perché questo è possibile e non è stato ancora fatto».

La povertà, la miseria e l’assenza di cultura rafforzano il potere di Cosa nostra, la carenza di servizi e i disagi in cui riversano i nostri quartieri alimentano lo sconforto, «lo Stato deve puntare sulla scolarizzazione, creare dei punti alternativi rendendo possibile una società libera dalla mafia. Non serve solo dialogare con i ragazzi raccontando le realtà che andrebbero evitate, alle istituzioni dico che è arrivato il momento di investire di più, non ci sono più alibi. Abbiamo esempi concreti di persone che hanno avuto il coraggio di denunciare, imprenditori, commercianti che hanno detto no alla mafia rifiutando di pagare il pizzo. Oggi abbiamo bisogno di uno Stato che faccia pienamente la sua parte, non solo sul versante repressivo ma preventivo. Serve l’antimafia del giorno prima, non quella del giorno dopo».

Don Pino Puglisi credeva nei giovani, vedeva in loro il futuro di una società, li accoglieva e li aiutava a intraprendere quel difficile percorso verso il cambiamento. Ventisei anni fa veniva ucciso ma resta un’eredità preziosa che vive e non si esaurisce. Un esempio concreto che sollecita le nostre coscienze a non cedere, a denunciare, a non piegarsi dinanzi ai loro ricatti. «Don Pino Puglisi mi ha insegnato a camminare a testa alta e a sapere rispondere alla domanda chi sono io? – si commuove e continua “oggi Giuseppe Carini è un uomo che ha saputo fare lezione, ammenda di quella che è stata la sua vita a Brancaccio. Oggi posso guardarmi allo specchio e non provare nessuna repulsione nel vedere quell’immagine riflessa».

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *