Violenza sulle donne: “quel nastrino rosso” che lega coraggio e fragilità

ottobre 10, 2018

Katya Maugeri

Difenderci dall’amore, che terribile paradosso. Riconoscerlo come nemico quando è marcio e pericoloso. Comprendere che esiste una grande differenza tra amore e possesso, tra chi dice di amarti manifestandolo attraverso l’umiliazione e chi davvero è mosso da gesti autentici e sinceri.
All’amore bisognerebbe affidarsi, in tutte quelle sue forme – diverse ed essenziali – che ruotano intorno alla nostra vita, alla quotidianità: a un rapporto sentimentale, a un’amicizia e all’amore incondizionato dei genitori. Eppure i legami “malati” sono in agguato, soprattutto tra le mura domestiche. La violenza non si manifesta sempre apertamente, è spesso subdola e avvolta in una bolla chiamata tabù. Si fatica ancora a parlarne senza timori, si tende a nasconderla a trovare scuse per giustificare gesti, parole e atteggiamenti che – invece – pian piano scavano un solco, spesso mortale.

Bisognerebbe ammetterlo che il problema esiste, ascoltando le donne coinvolte e raccontare le loro storie. “Quel nastrino rosso” è il risultato di una scelta: quella di narrare l’orrore della violenza domestica. L’autrice è Carmela Paonessa che da anni è impegna alla lotta contro la violenza sulle donne.

Quel nastrino rosso affronta, non solo la violenza, ma temi mantenuti al buio: la pedofilia e l’incesto. È un libro che racchiude le varie sfaccettature della violenza, dei traumi e della capacità – in punta di piedi – di volerle raccontare queste storie. Quelle sussurrate di nascosto in un piccolo paese, sigillate dall’omertà.

“All’inizio si pensa di potercela fare da sole, magari ancora incapaci di razionalizzare l’accaduto, – spiega l’autrice – spesso si pensa che si tratta solo di un episodio e che magari non si ripeterà più. Pensiamo che sia frutto di un errore, che non può essere vero. Ma è una illusione, un inganno”.

Carmela Paonessa, nata Gimigliano un paesino in provincia di Catanzaro, ci racconta la storia di Nora e Angela. Due vite parallele legate da un nastrino rosso: delicato, soffice – come la loro età, i loro sogni, le loro speranze – , una è vittima di violenza da parte del marito, l’altra abusata dal padre. L’autrice con estrema delicatezza e rispetto narra i loro stati d’animo, l’incapacità di reagire, il buio di una camera in cui si consumava l’incesto. Un nastrino rosso, le lega. Rosso come l’amore che hanno dovuto rinnegare. Nora diventa remissiva, ripetendo a se stessa di amare quel marito che la vorrebbe diversa. Un amore malato che logora e annulla la personalità, assorbe le energie riducendo, così, inerme l’anima di chi invece affida la vita al proprio aguzzino.

La storia è raccontata in prima persona, Nora fa dei passi indietro e intraprende un viaggio nel proprio passato, ricordando aneddoti, odori, sapori e traumi, legati ad Angela, alla quale dinanzi alla sua tristezza regalò quel nastrino. A quei tempi troppo piccola per capire e ribellarsi.

“Durante il mio viaggio di ritorno dirompente tra le pieghe dei miei pensieri quel racconto di Angela: (…) c’erano giorni in cui pensavo o speravo che sparisse, ma improvvisamente il dolore si ripeteva, il dolore non dormiva mai. Ogni giorno succhia la mia giovane vita per poi sgattaiolare fuori come un topo di fogna”.

La violenza indossa svariati abiti e possiede infinite sfaccettature, difficile riconoscerle, ancora di più combatterle. In ogni rapporto d’amore può esistere una zona d‘ombra dove si rifugiano a volte sentimenti ostili e frustrazioni, e vari campanelli d’allarme dai quali attingere soluzioni. Non è solo una battaglia contro la violenza, anche contro l’indifferenza di chi si volta dalla parte opposta. Nella malattia della solitudine – affermava lo psichiatra Franco Basaglia – il vuoto che spaventa non è quello dentro, ma il vuoto fuori: nella comunità e persino nella famiglia.

“Ho lavorato per 25 anni in una boutique per donne – ci racconta Carmela Paonessa – e ho ascoltato tantissime di loro, non riuscivo a capacitarmi di quanta sofferenza possa nascondersi dentro le case. Donne belle, truccate, vestite bene ma con gli occhi tristi. Ecco, io penso che dovremmo guardarci di più negli occhi, abbracciarci, perché così facendo potremmo sentire l’altro: le sue paure, lo stato d’animo, la sua richiesta di aiuto. Non sempre è facile chiederlo, per pudore, vergogna, per orgoglio, ma soprattutto per paura. Quella paura che ti attanaglia, che ti prende alla gola e non ti fa parlare, pensi di denunciare ma a volte il giorno dopo sei già un titolo di giornale. Quella paura di rimanere sola, senza nessuno che possa aiutarti, che ti paralizza e non ti fa uscire di casa, diventando così prigioniera, chiusa in una gabbia.  È la paura di trovarti quell’uomo ovunque, nei luoghi che scegli per evadere emotivamente con la speranza di ricucire la tua vita, ma lui è lì in agguato a strappartela rovinosamente ancora una volta e spesso lo strappo è irrecuperabile”.

Quel nastrino rosso è un urlo, un netto no alla violenza ai tabù che diventano delle fortezze, delle prigioni per l’anima, è un libro necessario per comprendere quanto faccia tremare la presa di consapevolezza: comprendere che il dolore – troppo spesso – nasce tra le pareti domestiche, quelle che dovrebbero tutelare e difendere le nostre fragilità.

La storia di Nora e Angela racconta di un bivio, un epilogo diverso, è un insieme di riflessioni che tracciano percorsi da intraprendere. Ci si ritrova immersi in quegli odori lontani e in quelle storie che non abbiamo mai smesso di ascoltare. Pagine poetiche che si scontrano con la cruda realtà: un padre che violenza sua figlia. Una realtà che spaventa e che indigna il lettore, sembra quasi di sentirlo il racconto di Angela, quest’anima fragile avvolta tra lenzuola sporche.

“È una esistenza vicaria, di seconda mano – conclude l’autrice – un veleno in grado di crearti quasi la necessità di ingoiarlo goccia a goccia fino alla morte. A volte si muore dentro, altre volte si muore uccise per mano sua, ma altre ancora – sempre più rare – si rinasce. Penso che la prevenzione come in tutte le cose sia basilare, la mediazione ancora di più. Anche i vicini, gli amici hanno delle responsabilità: sarebbe necessaria una responsabilità civile, ovvero aiutare chi ha bisogno senza aspettare che ce lo invocano e pene severe per i carnefici, ma sono sicura, lo affermo quasi con “arroganza” che la prevenzione nella coppia e ancor prima singolarmente ridurrebbe di molto il tasso di femminicidio o violenza. Anche perché spesso avviene un omicidio-suicidio a dimostrazione che esiste un malessere nell’uomo, una fragilità non indifferente: non dovremmo mai minacciarli, mai accettare questo fatidico “ultimo incontro”. Da una parte una legge severa per i carnefici, dall’altra l’indispensabile incoraggiamento alle vittime per far sì che quest’ ultime non si chiudano nel silenzio”.

Oggi c’è sicuramente un significativo aumento delle donne che chiedono aiuto e decidono di mettersi nella condizione di ricevere assistenza, la consapevolezza e il coraggio di ammettere “che non dovremmo mai difenderci dalle persone che amiamo”.

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