Voci dalla follia: i matti tra sogni e realtà

Voci dalla follia: i matti tra sogni e realtà

Katya Maugeri

CATANIA – “La malattia mentale non perdona, ti toglie tutto. La libertà, l’amore, l’indipendenza e, perché no?, anche i sogni. Che valore hanno i sogni di uno che tutti chiamano matto? Sono sogni silenziosi, annebbiati, lenti, deboli che percorrono strade spesso senza alcuna direzione. Ma non possiamo rinnegare noi stessi. Così, cerchiamo di volerci bene, nonostante le ombre che ci avvolgono”, è un tono di voce lento, consapevole ma forte, quello di Nicola un uomo che per dodici anni è stato un internato nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. Ma i reparti psichiatrici e le terapie lo accompagnano da molto tempo, da quando a Palermo fu ricoverato presso uno degli ospedali psichiatrici.

“Una sindrome dissociativa, così mi hanno detto. La patologia è nata con me: alternavo momenti in cui era forte ed accentuata la depressione, ero sempre chiuso in me stesso, taciturno, a momenti in cui riuscivo a divertirmi con gli amici, andando a ballare, in pizzeria, mi innamoravo. Poi il declino, e i medicinali che pian piano alteravano il mio carattere. Ero un leone in gabbia, sa? Tanta energia persa, sprecata. Annientata dall’impossibilità di agire. Perché è così che ci si sente, imponenti dinanzi la vita. Le medicine mi buttavano giù, in uno sconforto indescrivibile, dentro una bolla che non riuscivo a rompere”. Racconta del suo lavoro, delle sue opere in marmo, della sua creatività, del suo quartiere e della sua famiglia. “Eravamo sempre uniti, ma loro – i miei genitori – stavano male per me, lo si leggeva negli occhi quel dolore che non riuscivano ad anestetizzare”.

Poi, pian piano la patologia ha invaso ogni sua azione. Si diventa apatici, la realtà si allontana e subisce una alterazione fatta di pensieri fissi e distante dalla sfera sociale e affettiva. Ci si iberna fino a non sentire nulla.

Poi, la resistenza a un pubblico ufficiale e il trasferimento al manicomio criminale.

“Dovevo scontare due anni, ma ad ogni riesame venivo confermato per altri sei mesi. Così, sono trascorsi dodici anni. Nei manicomi criminali si viveva come delle bestie abbandonate. Era terribile: aria rarefatta, un inferno con all’interno degli uomini incapaci di reagire. Ho lavorato lì come porta pacchi, magazziniere, mi rendevo utile e questo aiutava il mio umore. Ma non era sempre così. Nei momenti di forte depressione io non ragionavo e mi ritrovavo nel letto di contenzione, pensavano che ero in procinto di aggredire un medico e mi lasciavano lì, legato per giorni e giorni.
Per fortuna in quel luogo dannato c’erano persone che provavano a curare anche la nostra anima, il direttore Nunziante Rosania e don Pippo Insana. La domenica si andava in cappella, si pregava, e qualcosa anche per pochissimo tempo sembrava mutare. Che grand’uomo, sa? Lui e quella sua Casa di accoglienza, lì non ci sentivamo prigionieri né malati. Eravamo uomini, liberi di esprimere ogni cosa. Ottenevo il permesso ogni mese, era una boccata d’aria, di vita e perché no? di speranza.

Una vita trascorsa tra comunità, realtà alterata, ricordi e rinunce. È questo il prezzo da pagare quando la malattia mentale diventa più forte della tua stessa volontà: perdi -a tratti – anche la dignità se pensi a quanti pregiudizi cuciti addosso cominciano a prendere le sembianze di un abito difficile da togliere via. Nicola ricorda il suicidio di quel ragazzo di ventiquattro anni impiccato con le lenzuola. Gli chiedo perché. Lui con consapevolezza e lucidità risponde “è chiaro, per la libertà. Per liberarsi da un inferno insostenibile”.

Come la storia di G. che in quell’Ospedale psichiatrico giudiziario ha vissuto da internato dal 2008 al 2011.

“Appena arrivato ho reagito male alla terapia, stavo male e mi hanno tenuto due giorni nel letto di contenzione. Solo perché mi lamentavo. Era una punizione, severa e disumana. Socializzavo con tutti lì dentro, ricordo il direttore sempre rispettoso nei nostri confronti”. La sua vita viene stravolta dopo un incidente, al suo risveglio tutto cambia. “Ho cominciato a sentire le voci. Sì, le famose voci di cui tanto si parla. Mi davano ordini, incutevano terrore, mi suggerivano cose terribili. Soffrivo molto. Trovavo sollievo nella religione, ero devastato e la Bibbia mi dava conforto. Mi turbavano i casi di suicidio, sa? Non ho mai provato a togliermi la vita. La vita è sacra non vorrei mai oltraggiarla”. Allucinazioni uditive che lo hanno condotto in un vortice di malessere e chiusura. Sofferenza che racconta oggi con estrema consapevolezza, da una comunità che lo accoglie da anni. Qualche caffè insieme ai figli, ma nessuna dimissione.

L’atmosfera natalizia sembra fermarsi sulla soglia delle loro vite, “pranzerò con i miei figli il giorno di Natale, ma non sarà mai la stessa cosa. Mancano i dettagli di una vita vissuta giornalmente, quella a cui ero abituato tanti e tanti anni fa”, lo dice con un filo di voce. Ma Giuseppe è un ottimista, sorride e pensa alla sua vecchiaia, dice che sarà la fase in cui riscatterà tutto il dolore passato. “È un’odissea qui dentro, questa comunità è un luogo che non mi appartiene, ma sono un eroe all’interno di questa avventura, e ne uscirò da vincitore, lo so!”

(foto http://www.vita.it)

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