Voci dalla follia: l’inferno di Nino, sepolto vivo

giugno 24, 2019

di Katya Maugeri

PALERMO – “Dal momento in cui prendi la prima pillola, il primo psicofarmaco, per loro diventi pazzo. Un malato mentale, un uomo da emarginare. Un prigioniero”. Inizia così la nostra intervista. Nino è un uomo di 59 anni, che dopo aver trascorso 14 anni al manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, da alcuni anni si trova in una comunità. L’11 maggio 2017, l’ultimo internato del manicomio giudiziario lasciava la struttura infernale, una data storica che segnava la fine di un incubo e la speranza, per molti di loro, di reintegrarsi all’interno di una vita lasciata al margine, ritrovandosi così in una società impreparata.

“Sindrome dissociativa, questo mi hanno detto all’età di 22 anni, quando i miei parenti hanno convinto mia madre a portarmi in un ospedale psichiatrico siciliano. Un inferno, mi creda. Un infermo in cui legavano a quel maledetto letto di contenzione senza alcun motivo, solo per liberarsi di noi. Quindici giorni consecutivi. Li ricordo bene. Un orrore difficile da raccontare. Io non riuscivo a socializzare, è vero, ma con questi metodi cosa credevo di ottenere? Mi chiudevo, mi ribellavo sempre più. E mi isolavo, da loro, da tutti. Avevo ventidue anni, lavoravo ed ero felice. Ero un marmista e tutti mi dicevano che ero un artista. Uno di quelli che ha sogni da realizzare, sa? Ma qualcuno ha pensato di rinchiudermi lì dentro. Sì, è vero ero diffidente verso tutti, non mi fidavo di nessuno e avevo pochissimi amici. Ero chiuso nel mio mondo e non socializzavo spesso. Ma lì, ho conosciuto l’inferno.”È un uomo arrabbiato, N. che rimpiange una vita che non ha potuto vivere, ricorda l’odore della sua Sicilia e del suo paese, “non sento più niente ormai. I farmaci ti anestetizzano, ti privano di ogni sensazione. Non riuscivo persino a salire un gradino, quando decidevano di sedarmi. Ah, che orrore! Quelli sono stati i momenti in cui mi sono sentito realmente malato. Quando ti imbottiscono di farmaci per farti diventare un vegetale, e sei cosciente di non poter comandare i tuoi riflessi, sei in un limbo che non conosci e dal quale non riesci a scappare”.
Mi racconta tutto con un tono di voce lento ma intriso di rabbia, ripetendo più volte che per colpa dei suoi parenti ha lasciato dietro di sé la vita che avrebbe voluto costruire: diventare ingegnere, viaggiare, avere una famiglia.

“Dei 14 anni trascorsi all’ospedale psichiatrico giudiziario ricordo la passione e l’umanità di don Pippo Insana che per noi internati lottava senza tregua. Ero entrato per resistenza a pubblico ufficiale, finito di scontare la pena dovevo essere trasferito. E invece, come accadeva a tutti, ogni sei mesi il riesame ti confermava la permanenza presso l’istituto. Sono trascorsi quattordici anni.”

N. è passato, così, dal manicomio criminale a una comunità privata siciliana, che non consente a nessun paziente un percorso riabilitativo, come previsto invece dalla normativa regionale. Nessuna riabilitazione personale né lavorativa. N. è un uomo arrabbiato, che vive l’ingiustizia di non poter ricostruire la propria vita restando sospeso tra l’ozio, la noia e l’abbandono. “Mi sento un prigioniero, un internato. Una comunità dovrebbe garantirti un cammino, una speranza e invece? Sembra di vivere ancora in quelle quattro mura del manicomio. Sono isolato da tutto”.

“Alle comunità private conviene, chiaramente, tenersi questi pazienti – ha detto più volte don Pippo Insana – è un trattamento ingiusto, soprattutto per coloro che sono attivi, hanno voglia di vivere e tanta energia da investire. La loro mente viene così spenta, annientata”.

Si tratta di comunità nelle quali c’è carenza di personale specializzato, che diventano – esattamente come i manicomi – delle residenze in cui attendere la morte, in cui i sogni cedono il posto all’apatia. “Vivere con la consapevolezza di non avere speranza è orribile, sapere di non poter costruire il proprio futuro. Sa come mi sento io? Un sepolto vivo”.

(ph: Cristiano Montagnani)

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