Regressione suicida

luglio 6, 2017

 

 

 

 

 

CATANIA – “Val la pena seguire adesso la riflessione cioraniana dal punto di vista di quello che lui stesso è come filosofo, cioè il solitario contemplatore di quest’abisso di nulla su cui è sospeso l’illusorio essere dell’universo umano, e forse l’universo tutto?” A questa affermazione, che abbiamo trasformato in domanda, che leggiamo a pag. 130, della nuova opera di Salvatore Massimo Fazio, Regressione Suicida, dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro, edita da Bonfirraro, lo scrittore e filosofo nichilista, anche se lui rifiuta questa definizione, risponde nel testo stesso. Dopo aver sezionato il libro in più parti, dopo averlo tradotto, interpretato e reinterpretato, la risposta non può che essere negativa. Perché, allora, questa Regressione Suicida, ben donde impostasi appena pubblicata e a distanza di sei anni dalla precedente Insonnie. Filosofiche, poetiche, aforistiche, (che ebbe una fortuna inaspettata dallo stesso, dove sviscera la propria pars destruens, rovesciandola e condannando l’uomo alla speranza, che nega ugualmente), è stata un pugno allo stomaco, parecchio recensita nei canali specialistici ma anche nella stampa comune? Perchè Fazio, osa dove nessuno era mai giunto. Facciamo un passo indietro. Il sottotitolo recita “dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro”. È noto che l’intellettuale catanese, ebbe un periodo fervido di amicizia e collaborazione con l’anziano saggio Sgalambro, per poi rompere i rapporti a causa di un articolo che non scrisse Fazio, ma Sgalambro non voleva saperne, avevano dato del discepolo a Fazio, discepolo di Sgalambro e il filosofo lentinese se ne risentì tanto da bloccare (?) la collaborazione, ma non l’amicizia, tanto che superato il 2009 li vedremo assieme in altri ambienti culturali, a tavola, a passeggiare. E Cioran cosa c’entra? Dicevamo che Fazio, ha osato con quest’ultima pubblicazione a restituire quanto gli insegnò Sgalambro e quanto apprese dal fascino cioraniano. Suicidare, è un atto rispettoso verso chi gli aprì la strada alla conoscenza, al terrore, agli attacchi di panico in aereo.

“Non avrei mai intitolato Regressione omicida, perché da carcasse umane quali siamo, Cioran e Sgalambro nacquero già uccisi. Mi congedo, da Cioran perché non ho altro da prendere e da scoprire se non che prima di leggerlo, scrivevo delle cose non similari, ma identiche, me ne fotto se gli accademici si rivoltano e iniziano a far casino, da sempre i radical chic non mi interessano, e l’80% degli accademici sono radical chic; da Sgalambro mi congedo per una serie di eventi intersecati e che rasentano, oggi lo affermo però, che sono uno specialista del settore psichiatrico, la sanezza e non quella ‘follia lucida’ che necessitava per giungere a scrivere delle eccellenze come Dell’indifferenza in materia di società. Sgalambro era un idolo, poi conosciutolo, continuò ad esserlo, poi ancora il fradicio che iniziò ad avvicinarsi a lui, lo allontanò da quella ipotesi che tentavamo di sviluppare (assieme a Davide Bianchetti), della finitezza dell’essere, per dedicarsi ai suoi scritti futuri e postumi e a certuni pennellatori di orifizi, che alla morte del prof. hanno realizzato omaggi e tributi senza invitare molti dei quali orbitavano in casa Sgalambro. Rimasi basito, mi aveva consegnato la verità: non esiste maestro, non esiste discepolo, uno dei due deve essere eliminato con una coltellata, che però l’eliminazione avvenga per mano di certi guitti e invidiosi, non mi sta bene, e allora suicidiamo Sgalambro, so che gli ho fatto un favore, rimanendo legatissimo a lui, a differenza di chi fa proclami e sputa minchiate su carta”.

L’opera è proprio affrontata, ripercorrendo nei due capitoli iniziali tutta la stilistica dei due ex maestri e nel terzo si impone forte il distacco, come un nascituro partorito, ma un nascituro è errato, un suicidato, costretto a subire la vita e ad accoglierla da sconfitto. Il libro è a tratti divertente, gradevole, a tratti oscuro e impegnato, ma con una cadenzialità che affascina il lettore che si spinge sino alla conoscenza dei parametri esistenzialisti del nichilismo cognitivo, corrente filosofica del quale Fazio è fondatore, assieme a Bianchetti, ma della quale asserisce “ma cosa ne devo sapere io di nichilismo cognitivo? Proprio non so cosa possa significare, intanto è finita agli atti questa locuzione”. La scrittura di Salvatore Massimo Fazio è ben curata e a tratti arrovellata di intrecci che ti spingono a tornare indietro, ma è un godimento leggerla, si evincono chiare matrici antipolitiche e anche matrici totalitarie, ma ci siamo chiesti, da un perfezionista come lui, che però evacua l’imposizione strutturale della scrittura per dedicarsi ad una propria sperimentazione, come mai appaiono 3 refusi nelle primi due pagine?

“Questo è da chiedere all’editing, ma non me la son presa: Karl Kraus c insegnò che coi refusi e re-fusi si fa la rivoluzione”. Bentrovato ad un puro speculatore con una ipotesi personale che sta facendo proseliti.

R.C.

Regressione Suicida, dell’abbandono disperato di Emil Cioran e Manlio Sgalambro, di Salvatore Massimo Fazio, Bonfirraro editore, 2016, pp.183.

 

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