Detenuti e droga, le loro storie: quella luce in fondo al tunnel chiamata vita

giugno 25, 2018

Katya Maugeri

COSENZA – Le scelte hanno il peso dello sguardo di chi amiamo, delle responsabilità alle quali voltiamo le spalle, sono sigilli scolpiti addosso, sensi di colpa e silenzi. Sono vuoti impossibili da colmare. Le scelte sbagliate stanno là dinanzi a uno sguardo indeciso, lì che ti guardano con sfida quasi a dire “sei talmente fifone da non rischiare? su, dai”, loro lo sanno e non distolgono lo sguardo da quello che invece cerca di sfuggire al dilemma. E poi quel “ma che sarà mai?” e la scelta è fatta. Si decide quale strada prendere e se il suo nome è eroina, hai scelto il bivio peggiore, quello verso la morte.

Ho conosciuto l’eroina a 28 anni. Ero un marito e un padre felice, orgoglioso del mio lavoro: un commerciante ambulante che ogni mattina si alzava alle 5.00, non temevo la fatica o la stanchezza, non mi mancava nulla”. A raccontarci la sua storia è un uomo che adesso lucidamente parla di sé con commozione, rabbia, rimpianti e molta speranza.

Lui è un detenuto e tossicodipendente della Comunità il Delfino – centro Eden di Cosenza.

“La mia dipendenza non è mai stata legata all’ambiente esterno, nessun disagio familiare, nessuna infelicità mi ha portato ad intraprendere quel tunnel. Ci sono entrato consapevolmente. La tossicodipendenza è una realtà complessa, banalmente potrei affermare che si riduce alla scelta di un individuo. I contesti familiari potrebbero incidere, ma non possiamo generalizzare, ci sono persone disoccupate, con figli malati che vivono delle situazioni atroci ma che affrontano le loro difficoltà senza arrivare a scelte drastiche, vivono le loro drammaticità da persone “sane”. Ho iniziato a fumare marijuana all’età di quindici anni convinto che non mi avrebbe mai portato a una dipendenza successiva. Mi sbagliavo. Una sera, infatti, ho conosciuto la sostanza, l’eroina. Dopo aver bevuto più del solito, con amici, scelgo di provarla: non mi ha frenato nemmeno la responsabilità verso i miei figli piccoli e la mia famiglia, il mio lavoro. Non sono stati un freno. Ho iniziato a inalarla, a fumarla e poi ho deciso di bucarmi. Durante i primi anni – cinque/sei – sono riuscito a nascondere la mia condizione facilmente, continuavo la una vita regolare: continuavo ad alzarmi presto la mattina, lavoravo, uscivo con gli amici, vivevo pienamente la mia famiglia”

All’ombra di ogni evidenza, continuava ad attraversare il tunnel, consapevole che quei passi cominciavano ad accelerare ed il corpo, giorno dopo giorno iniziava a reclamare più dosi, ancora di più.

“Inizialmente basta poco: anche una o due dosi al giorno, ma arrivi a una condizione frustrante che ti costringe all’assurdo: sono arrivato a usare le “pietrine” anche sette, otto volte al giorno. Ma non sentivo più niente, ero assuefatto. Andavo a Napoli, e ci trascorrevo mezza giornata per comprare la sostanza, nella piazza di spaccio. Pagavo le pietrine 12 euro e la vendevo 50 euro. Sa come li chiamano lì i tossici? Zombie, così li chiamano. Li ho visti con i miei occhi. Sono zombie davvero: l’eroina ti debilita il corpo, la mente, diventi una larva umana. Ero consapevole delle mie azioni, ma la mia condizione economica mi dava sicurezza, fisicamente stavo bene, quindi sapevo che stavo attraverso un tunnel, già sai che si tratta di dipendenza, sapevo che sarai andato in astinenza. La cosa bella sa qual è? Che dalla tossicodipendenza si può uscire”, afferma con orgoglio.

Il suo è un racconto che ripercorre una vita, 35 anni di tossicodipendenza, ricordi, riflessioni e orrori vissuti: “avevo 48 anni quando mi portarono al carcere di Poggioreale, a Napoli. Un ambiente disumano: la sezione tossicodipendenti degradata, un ambiente carcerario fuori da ogni logica. In cella eravamo in sei, letti a castello, dove l’ultimo respirava il soffitto. Ritengo che sia giustissimo pagare la propria pena, ma non oltraggiando i diritti umani, con queste azioni, queste condizioni atroci non fanno altro che incattivire con pressione psicologica l’animo umano. Vieni già privato delle tue scarpe, delle cinture, degli oggetti personali, e della dignità. Anche quella prendono con sé”.

Distrutto psicologicamente e fisicamente decide di abbandonare il lavoro, distruggendo ancora una volta l’equilibrio familiare. Sì, perché a raccontare la sua dipendenza ai suoi figli fu proprio la droga in un episodio agghiacciante: “mi sono chiuso in bagno, dovevo farmi di cocaina e non riuscivo a bucarmi, per più di un’ora sono rimasto lì dentro, chiuso a chiave. Uno dei miei figli ha sfondato la porta e mi ha trovato tutto sudato con le braccia sanguinanti e in mano la siringa. Da quel momento era tutto chiaro. Ero un’altra persona. E davanti a loro sicuramente ben lontano dall’essere un esempio da seguire”

Il tono della sua voce è determinato quando afferma che ” è la rivoluzione che devi fare, se vuoi smettere devi attuare una rivoluzione con il tuo corpo, con la tua mente, il modo di vivere. È difficilissimo, ma inevitabile”, difficile quando devi fare i conti con l’astinenza, e in quel momento tutto sembra una soluzione – seppure momentanea – utile per non morire: assumere psicofarmaci, alcool, tutto sembra necessario. La morte diventa l’abito da indossare, lo si cerca, si trema e si soffre in mancanza: Un panno di lino che con le unghie cerci e riesci a lacerarlo: è stata così è stata la sua vita.

“Negli ultimi 15 anni ogni mattina mi iniettavo la cocaina ed è la cosa più orrenda, perché subito dopo qualche minuto devi averne ancora è da pazzi è meglio suicidarsi, ed è stato questo uno dei momenti decisivi: smettere, era quella la mia salvezza. 35 anni di tossicodipendenza sono troppi”.

Quindi si arriva a un bivio: o concedersi totalmente alla sostanza fino a che sia lei a finirti o ribellarsi e per farlo bisogna pagare il prezzo della sofferenza che ti lacera: soffrire fisicamente e mentalmente, è questa la rivoluzione. Perché la sostanza ti sta attaccata addosso, anche dopo alcune pause, distacchi fittizi, oltre trent’anni di dipendenza ti rendono schiavo, incapace di agire lucidamente tanto da aggredire e minacciare persino un pubblico “adesso non lo rifarei assolutamente, è stata una azione orribile causata dal mio stato psicofisico, adesso so perfettamente che riuscirei a gestire la situazione”. “Scelgo di iscrivermi al SerT di Cosenza. Scelgo così di iniziare la mia rivoluzione, tra alti e bassi, sofferenze e ricadute, mi alzavo e andavo a prendere il mio dosaggio di metadone, ed è proprio a questa sostanza a cui ho associato una dipendenza indescrivibile, l’astinenza da metadone è stata traumatica. È una droga sintetica e dopo 20 giorni che la usi si attacca alle ossa. Ma devi provare le pene dell’inferno, altrimenti non farai mai la scelta drastica”.

E lui adesso è un uomo che da quattro anni ha messo un sigillo di fine rapporto con la sostanza, “vivo l’emozione di avere una vita reale e dopo anni sono riuscito a percepire il sapore dell’acqua” – sorride e continua “incredibile non le sembra? Il sapore dell’acqua non lo ricordavo più, un tossico non sente nulla”.

Porterà con sé il macigno di errori e orrori che lo hanno reso burattino nelle mani crudeli di una sostanza che non ha pietà per nessuno, si definisce miracolato e libero perché ha vinto lui. Ha portato avanti la sua rivoluzione, consapevole che a certe debolezze, l’animo umano spesso non riesce a ribellarsi. I ragazzi, oggi, cercano lo sballo, nuovi stimoli attraverso l’utilizzo di sostanze – apparentemente leggere – che portano per mano verso un abisso.
“Sa cos’è la droga? – conclude – è la morte, è un suicidio”.

 

(Seconda puntata)

Si ringrazia per la collaborazione il presidente della Comunità il Delfino – centro Eden di Cosenza, Renato Caforio, e il responsabile Salvatore Monaco

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