Ex manicomi criminali, Nunziante Rosania : "Sconfiggere la psichiatria da scrivania. Necessario il contatto diretto con i malati di mente"

Katya Maugeri

Con la chiusura dell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, si concluse una triste storia cominciata nel 1975, quando gli ospedali psichiatrici giudiziari entrarono a far parte del sistema penale italiano soppiantando i vecchi manicomi. Polemiche e spesso molta disinformazione ruotavano intorno a una realtà difficile da raccontare, a tratti orribile.

“Erano bastioni della difesa sociale, all’interno dei quali cercavamo di salvaguardare, con le risorse disponibili, l’identità delle persone e la loro dignità. Lo abbiamo sempre affermato che questi istituti andavano chiusi e superati, mancava però l’attenzione politica sufficiente per arrivare al punto, consapevoli che saremmo arrivati a un punto di non ritorno”, spiega Nunziante Rosania, ex direttore dell’Opg.

“Abbiamo sempre cercato di garantire la dignità ad ognuno di loro, e ci siamo riusciti – continua soddisfatto – finché le risorse economiche e umane lo hanno consentito. Quando poi, i numeri degli internati sono diventati ingestibili il grado di promiscuità era inevitabile in quel momento, il sistema esistenziale terapeutico di cura è crollato, è prevalso l’aspetto carcerario che era quello che volevamo fosse il meno evidente. Questa contraddizione è diventata insanabile, quindi la crisi”.

Gli Opg accoglievano quelle persone ritenute “scarti della società” e andavano chiusi superati diversi anni prima, la maggiore delle criticità sicuramente è stato l’affollamento – quello di Barcellona Pozzo di Gotto addirittura il più affollato dell’Europa – e il rapporto problematico con la sanità pubblica, con i presidi psichiatrici territoriali, “I problemi maggiori li abbiamo avuti con le Asl del nord”, spiega Rosania.

“L’alienato mentale” è da sempre ritenuto soggetto pericoloso per il fatto di dare pubblico scandalo alla società, andava, quindi, isolato per evitare contatti con quella che era ritenuta la gente normale. Ma all’interno degli Opg alcuni internati hanno spesso raccontato del rapporto burrascoso e di contrasto tra loro, gli operatori e la polizia penitenziaria.

Il problema era di natura ambientale. “Fino al 2003/2004 avevamo un numero di internati che non superava i 170 – spiega Nunziante Rosania – quindi con una ampia possibilità di gestione. Durante quegli anni avevo organizzato i reparti, i padiglioni, affinché ognuno avesse la propria equipe medico infermieristica, con un proprio ambulatorio, avevo disposto la convenzione a un numero adeguato di psichiatri, psicologi, operatori socio sanitari. Questo tipo di sistema organizzativo era costruttivo, terapeutico, funzionale, nonostante si trattasse di una realtà totalizzante di tipo carceraria, con i suoi limiti e le sue difficoltà”.

Poi qualcosa cambiò

A peggiorare la condizione furono sicuramente il rifiuto dei servizi territoriali di prendersi in carico queste persone che avrebbero dovuto essere assistite fuori, una volta scontata la pena, favorendone quindi l’uscita e l’inserimento in strutture adeguate, rifiuto che alimentò un atteggiamento di frustrazione del personale. Il numero degli internati aumentava e questo impediva il normale flusso delle attività giornaliere: gite, attività con il volontariato e la cura dei dettagli che gli operatori, solitamente dedicavano ad ognuno di loro. Ad un certo punto, la drammatica carenza di risorse ha favorito l’esasperazione dei rapporti con gli internati, spesso con gravissimi disturbi della personalità, quindi con una difficile gestione e una impreparazione soprattutto da parte della polizia penitenziaria a fronteggiare quelle situazioni. “È vero, si sono registrati episodi sgradevoli all’interno dell’Opg, ma dinanzi a un clima esasperato”.

Nunziante Rosania direttore dell’Opg dal 1989 racconta di un periodo bello, ricco di attività e grandi soddisfazioni: laboratori musicali, teatrali, corsi di formazione, varie iniziative, una sede Arci. Attività teatrali portate anche fuori dalla Regione, una stagione di grande fervore, racconta con comprensibile orgoglio. “Quando arrivavano da noi gli esponenti di vari partiti, erano pronti ad esternare grandi attestati di riconoscenza, per l’impegno profuso e per la gestione, ma quando si dovevano cercare delle soluzioni ai problemi da noi sottoposti, il silenzio. Un rimandare di volta in volta”.

Si è aspettato molto, fino a quando la realtà degli Opg è diventata una emergenza da dovere affrontare. “E venne affrontata, con tutti gli errori che le emergenze causano. In Italia manca una preparazione adeguata, va sconfitta la psichiatria da scrivania, la psichiatria si fa a contatto con i malati di mente, sul territorio, in prima linea”.

Gli ergastoli bianchi

Accadeva di essere rinchiusi tutta la vita per una condanna a pochi mesi. La magistratura di sorveglianza non concedeva la revoca della misura di sicurezza, ritenendo i soggetti pericolosi. In realtà – molto spesso – erano decisione dettate dalla mancanza di strutture di accoglienza, delle comunità terapeutiche o dalla scelta dei famigliari nel non accogliere nuovamente il paziente.

“La magistratura in automatico, nonostante le nostre relazioni spesso dichiaravano un netto miglioramento in ambito psichiatrico, riconfermava la misura di sicurezza. Quindi il paradosso: i soggetti che avevano una misura di sicurezza minima, trascorrevano decine di anni. Battaglie che portavamo avanti con grande passione, ma non sempre ci hanno dato ascolto”.

Suicidio in carcere

Rispetto all’entità del problema il tasso di suicidi avvenuti presso l’Ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto, era inferiore alle carceri di altre realtà dove non erano presenti soggetti psichiatrici interessati.

“Per molto tempo l’Opg era vivibile con un clima anche sereno – dichiara Rosania – questo finché in istituto abbiamo mantenuto delle attività trattamentali all’altezza della situazione, con una collaborazione importante del volontariato esterno. Ad ogni reparto era stata assegnata una parrocchia del territorio, e settimanalmente c’erano delle riunioni, dei compleanni, spettacoli di danza, in questi anni – dieci circa – abbiamo avuto pochi casi di autolesionismi, rarissimi e in condizioni particolari. La realtà del suicidio è ripreso quando l’istituto era sovraffollato quindi con una evidente carenza di trattamento, con la mancanza di risorse non riuscivamo a garantire ai soggetti le attenzioni necessarie. La questione che si pone è quella di dare attenzione ai singoli, continuare a farli sentire delle persone e con umanità, fornendo la speranza ai loro percorsi esistenziali. Questo è possibile in comunità piccole con operatori preparati, adeguatamente e competenti. Quando sono venute meno risorse umane ed economiche è riaffiorato il carcere  e i suicidi. Può immaginare cosa significasse per me avvisare i genitori, le madri di questi ragazzi. Avevo con loro un rapporto umano, mi chiamavano, venivano ai colloqui e in quei casi, durante quelle tragedie misuravo per intero la mia impotenza nei loro confronti.
Nella mia nuova veste di dirigente penitenziario, nominato come esperto delle questioni sanitarie in ambito regionale ho scritto il protocollo di intesa relativo alla prevenzione dei suicidi in ambito regionale, quindi che riguardano tutti gli istituti di pena, ed abbiamo sollevato la questione della necessità di una serie di comportamenti per favorire l’accoglienza, affinché la gestione della quotidianità dei utenti, il tempo di questi soggetti legati a una vita sospesa, trovi un suo senso.

Se non siamo in grado di riproporre gli elementi relazionali con la terapia e con le componenti farmacologiche importanti, non riusciremo mai a implementare un percorso di ricostruzione della personalità, ma costruiremo solo muri laddove sono necessari accoglienza e contatto”.

Lui si emoziona, conclude raccontandomi che con alcuni degli ex internati ha mantenuto degli ottimi rapporti, che telefonicamente gli raccontano di come procedere la loro vita, e che il rapporto umano è la chiave di lettura. “Quando entravo nei reparti – dice commosso – io li abbracciavo i pazienti, questo è terapia”.

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