Angelo Niceta, il testimone scomodo considerato un “pentito”. Il dissenso della famiglia

giugno 27, 2017


|Katya Maugeri|

PALERMO –“Un silenzio-assenso da parte dello Stato dinanzi all’attribuzione – ingiusta – dello status di collaboratore di giustizia, motivata dal segreto di Stato” a dichiararlo è Angelo Niceta membro di una storica famiglia di imprenditori palermitani, operante dagli anni Cinquanta  nel settore dell’abbigliamento, che un anno fa decise di raccontare ai pm Nino Di Matteo e Pierangelo Padova, la decisione del  padre Onofrio di separare la propria carriera professionale da quella del fratello Mario, già dal 1997,  perché questi si sarebbe reso disponibile a lavorare con e per conto di potentissime famiglie mafiose, chiedendo pertanto lo status di testimone di giustizia. Ma la Commissione centrale del ministero dell’Interno ha deciso diversamente inserendolo nell’elenco dei “pentiti”, attribuendogli lo status di collaboratore di giustizia, “La Procura di Palermo continua a sostenere che sono testimone di giustizia – continua Niceta –dichiara l’attendibilità delle mie testimonianze che ho esposto senza avvocato: un anno di dichiarazioni, faldoni in cui racconto episodi dall’85 a oggi. Parlo di Matteo Messina Denaro, di Pino Scaduto, Filippo Graviano, della borghesia palermitana e parte delle istituzioni. Ancora oggi, dopo un anno,  non ho alcun riscontro da parte loro. Non mi vogliono nemmeno parlare tenendo la stampa lontana dal caso”.
Angelo Niceta, mai indagato, né processato per mafia rifiuta di firmare le carte e indignato, amareggiato decide di intraprendere lo sciopero della fame ormai da ventisette giorni: un collaboratore di giustizia è una persona che ha commesso dei reati, quindi ha una pena da scontare, che viene anche ridotta in virtù della sua collaborazione.
L’ex imprenditore palermitano non ha commesso alcun reato, ma è vittima della mafia, di tutte le collusioni tra Cosa nostra e lo Stato, tuttavia tiene a precisare di avere ancora fiducia nella giustizia, “la parte sana dello Stato mi chiama ai processi, ed ho fiducia della giustizia soprattutto dei magistrati che stanno seguendo il mio caso, persone che vogliono la giustizia, il problema è che Stato è pieno di gente che non la pensa come gran parte dei suoi fedeli servitori. I mafiosi sono meno di noi,  sono ben organizzati, ma non sono tanti”.
Uno Stato colluso che non vuole riconoscere e ammettere la realtà, sembra di ascoltare una storia assurda, paradossale, surreale eppure la decisione del Ministero di considerarlo un pentito, contrariamento a quanto richiesto dalla Procura e dalla Dda di Palermo, e dai magistrati Pierangelo Padova e Nino Di Matteo che hanno invece più volte richiesto di attribuire ad Angelo Niceta lo status di testimone di giustizia – secondo l’ex imprenditore – è una strategia ben definita: “Chiaramente negli anni 80 mi avrebbero già sparato e non avrebbe fatto notizia, uccidermi oggi sarebbe un boomerang contro di loro, allora scelgono di annientarti economicamente e socialmente. Ecco che lo status stesso diventa un’arma perché attribuendo il ruolo di collaboratore proibiscono di lavorare, a me e ai miei figli, io non sono un collaboratore e non mi posso pentire di nulla ecco perché non ho accentato la protezione da collaboratore, ho rinunciato a questo programma aspettando il mio status reale, aspettando i miei diritti.
Questo, chiaramente, non avverrà mai, perché un testimone di giustizia può sopravvivere e invece per loro io devo morire, io e la mia famiglia. È un po’ come dire “se ti tiri indietro è meglio”, questa è la loro arma”.
Un’analisi crudele ma è alla verità che lui cerca di giungere. Come quella che Niceta sta cercando di urlare senza censura da un anno e mezzo: “Hanno, inoltre, cambiato la mia residenza senza avvertirmi, per impedire a me e ai miei figli di votare. Persino il mio medico curante ha continuato a far finta di esserlo ancora, proprio per non farmelo sapere, tutto questo a firma dello Stato. Vogliono danneggiarmi in tutto per ridurmi a un “collaboratore barbone”, continua Niceta.
Amiamo essere presenti alle fiaccolate commemorative ma prendiamo bene le distanze quando è nostro compito agire in prima persona, “le associazioni lo fanno di continuo, bravissime durante i giorni della commemorazione, ma poco presenti in queste circostanze concrete, come nella mia vicenda – dichiara Niceta -, fortunatamente oltre ventiquattro mila persone hanno sottoscritto una petizione a mio favore. La mafia è riuscita ad entrare persino nell’antimafia – quella rappresentata dalle associazioni e in quella vera. Ed è gravissimo!”

E continua: “Io ho denunciato dei parenti che mi hanno distrutto, ho denunciato chi continuava a minacciarmi consigliandomi di non mettermi in mezzo, di non ostacolare i loro piani e che il modo per sistemarmi e farmi stare bene lo avrebbero trovato loro”, il suo è un tono orgoglioso – ferito, amareggiato, ma orgoglioso per quel no che non ha mai smesso di urlare. “Ho detto no senza alcun vantaggio, solo per la giustizia. Quei parenti non erano solo dei prestanome ma un tutt’uno con questa gente, tanto che i loro figli portano i nomi dei capi delle famiglie”, Niceta sceglie di prendere le distanze e lo fa con coraggio consapevole di essere tra gli emarginati che chiede solo il diritto di essere tutelato, chiede di aver riconosciuto lo status che gli appartiene.

“Quello che è accaduto venticinque anni fa, con le stragi, è stato il preludio dell’attuale situazione, lì si sono create le radici del colpo di Stato avvenuto nel 1994 e che oggi è diventato un patto, non legato al colore politico, ma un patto consolidato che nel 1992 nasce come trattativa, ovvero tutto il vecchio veniva eliminato perché ci doveva essere un colpo di stato, succede tutto in quegli anni e nasce dal sistema silente inaugurato da Provenzano e poi  Guttadauro. Sono loro la parte pensante di Cosa nostra, le menti raffinatissime insieme allo Stato. I custodi di questo sistema vigente.

Ci indigniamo spesso davanti a uno schermo, pronti a diffondere sentenze sterili sui social quando occorrerebbe combattere la loro lotta astuta e perfida con “il sapere, è questa l’arma che dovremmo utilizzare per sconfiggere la mafia, riuscire ad andare oltre, diffondendo le notizie che vanno ad evidenziare le porcherie che succedono e non limitarsi a giustificarli con le solite e banali frasi omertose: “tanto va così”. Ognuno di noi è lo Stato. Il cambiamento totale può avvenire solo se avremo il coraggio di riprenderci quella lucidità che ci hanno tolto attraverso i media, attraverso le idiozie che servono a rincretinire la gente. E prosegue parlando dell’importanza dell’informazione e del ruolo fondamentale del giornalismo: “La stampa dovrebbe essere compatta e ritornare ad avere giornalisti di inchiesta come quelli – coraggiosi – che sono riusciti a cambiare l’Italia, ma ne vedo pochi. Dobbiamo sovvertire questo sistema urlando e facendo conoscere alla gente la realtà.

E Matteo Messina Denaro? Chiediamo noi.
“Matteo Messina Denaro vive nella sua zona, viaggia pure, ma vogliono fare passare la notizia che non è più in Italia. Siamo tornati al tempo in cui “la mafia non esiste” quando invece è più forte che mai, perché loro hanno un impero, unpotere economico talmente vasto da poter comprare tutto e tutti. Eccola la mafia 2.0, quella che non fa rumore, quella senza pistola ma con tanti soldi da poter comprare tutti. Incredibilmente si stanno rimettendo in sesto tutte quelle famiglie storiche, Il gotha  di Cosa nostra, che sono le braccia di Messina Denaro.
E del caso Riina che ne pensa? “È una chiara minaccia a Di Matteo, poiché il periodo corrisponde al nuovo incarico del pm, un modo diretto per dire “stai attento che Riina è fuori, il capo dei capi da sempre rappresenta il rumore, le bombe, le stragi. Continua: “Inoltre nessuno parla e nessuno dice che Pino Scaduto è il numero due di Cosa nostra, ed è libero e a Bagheria comanda”.

E del caso Saguto invece dichiara “è un modo prettamente mediatico per delegittimare la “legge Rognoni – La Torre”, si tratta di una legge sacrosanta che vogliono denigrare.
Un processo, quello di Caltanissetta, che sta andando in maniera leggera questo proprio per fare enfatizzare solo le caratteristiche che interessano a loro. Se l’avessero arrestata, credo che qualche parola in più l’avrebbe detta, così come gli amministratori giudiziari, invece hanno dato loro il tempo di pulirsi”.

Emarginazione e omertà, la mafia punta sempre sulle debolezze di chi preferisce pensare che è già stata sconfitta, da tempo.

 

Riceviamo e pubblichiamo

La recente interrogazione parlamentare presentata al Ministro dell’Interno dal deputato Erasmo Polizzotto sul c.d. caso Niceta ha riportato l’attenzione sulla travagliata vicenda umana e giudiziaria che da quasi quattro anni sconvolge l’esistenza dei Sig.ri Piero, Olimpia e Massimo Niceta e delle loro famiglie. I Sig.ri Niceta ribadiscono la propria estraneità ad ogni vicenda illecita, respingendo fermamente gli attacchi proditori, ingiustificati, mendaci e privi di qualsiasi riscontro posti in essere dal Niceta Angelo, che risultano lesivi all’immagine e alla onorabilità della famiglia Niceta, la cui soluzione processuale, purtroppo risente di tempi non consoni con il principio di celerità. Per tali ragioni, sin d’ora, stante i tempi BIBLICI del procedimento di prevenzione, i Sig.ri Piero, Olimpia e Massimo Niceta, hanno conferito mandato ai propri difensori affinché predispongano, nelle sedi preposte, le iniziative necessarie a tutela dell’onore e del decoro, personali e familiari, degli stessi. Fatto certo è che negli anni scorsi la procura di Palermo ha ritenuto destituite di ogni fondamento le violazioni contestate ai sig.ri Niceta archiviando le indagini che ne erano scaturite.

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