Salute mentale, la storia di Sumi tra pregiudizio e cambiamento

Salute mentale, la storia di Sumi tra pregiudizio e cambiamento

di Katya Maugeri foto di Mauro Vallinotto

«Che ci faccio io qui? Continuavo a ripetere guardandomi intorno. Era l’inferno per le persone matte. Le sentivo urlare, parlare ai muri. Vedevo gente sola in un angolo. Ma che ci facevo io lì?»

Sumi è uno dei tanti stranieri internato all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona P.G. perché riconosciuto seminfermo per il reato commesso: tentato omicidio sotto effetto di sostanze alcoliche. Quindi oltre la pena di 4 anni e 8 mesi di reclusione è stata associata la misura di sicurezza della Casa di cura e di custodia per due anni.

«Ho perso il controllo. Ero un pescatore che amava il suo lavoro, ma ho perso il controllo. Una notte ho picchiato il proprietario della casa in cui vivevo. L’ho picchiato a più non posso: con le pietre, legna, ferro. Sono arrivati poi i carabinieri e sono andato via con loro».

Ha quarantacinque anni Sumi e all’età di vent’anni lascia la Tunisia per cercare di migliorare la sua vita. «La povertà, la fame, volevo fare un salto di qualità. Ma l’abuso di sostanze alcoliche mi ha fatto commettere azioni di cui mi pento moltissimo. Non ero lucido e non ero in me», continua a ripetere a bassa voce.

Dalla relazione sanitaria del 4 febbraio 2014 inviata alla Magistratura di sorveglianza risulta che “Sumi appare tranquillo e disponibile al colloquio, non emergono alterazioni della senso percezione né del pensiero. Umore congruo allo status, ansia patologica. Lavora con profitto, buono il comportamento in reparto. Si mantiene senza terapia”.

«Io, nel ruolo di cappellano – ci racconta don Pippo Insana – frequentavo quotidianamente i vari reparti: incontravo le persone internate; ascoltavo le loro situazioni, i loro disagi. Soprattutto per la lontananza della famiglia, la solitudine e il senso di abbandono, la mancanza di prospettive. Cercavamo insieme di progettare un futuro diverso con possibilità di inserimento a gite esterne, a licenze premio presso l’associazione di cui io ero responsabile, alla fruizione di benefici quali la licenza finale o la libertà vigilata presso la CaSA in attesa di un progetto d’inserimento nel territorio di appartenenza. Non escludevo la vicinanza e l’ascolto delle persone straniere anche se trovavo difficoltà per la lingua diversa. Rispettavo e difendevo il loro credo religioso musulmano; anzi il loro pregare l’osservanza del mese di ramadan mi trasmetteva sentimenti di ammirazione».

Don Pippo Insana racconta di quella volta in cui fu chiamato dal direttore e dal comandante chiedendo di benedire la salma di una persona straniera musulmana morta con infarto. «Io ho chiesto se, invece, nel rispetto della loro fede, potesse venire l’iman di Barcellona che io conoscevo e per fare il loro rito funebre insieme a tutti gli stranieri musulmani che volevano partecipare. La mia proposta fu accolta e da allora l’Iman ha avuto l’autorizzazione di potere entrare e dirigere la preghiera con le persone straniere che volessero partecipare».

Sumi, adesso, è una persona serena, un lavoratore di grande iniziativa. «Con la chiusura definitiva degli  Opg (legge 81/2014), il tribunale di sorveglianza di Messina ha dovuto mettere in libertà Sumi perché aveva subito più misura di sicurezza di quella prevista». Non era più possibile dare proroghe: Sumi grazie a un progetto della Caritas, è stato inserito in una realtà a Messina dove si è mostrato laborioso, rispettoso e socievole.

L’uomo, d’accordo con gli operatori della struttura dove alloggiava, si è spostato a Barcellona nella struttura di don Pippo Insana, e da quel momento ha ripreso in mano la sua vita. Ha lavorato per lungo tempo con un peschereccio a Milazzo e spesso di sera, telefonava per andare a prendere pesce per la CaSA e lo trovavano prostrato sul peschereccio a pregare.

Quando era libero dal lavoro di pesca, stava a casa e lavorava in campagna. Racconta della sua passione per la terra, per i lavori umili, come la raccolta delle olive. Inviava i soldi a sua madre, in Tunisia, e manteneva i rapporti con la famiglia e la fidanzata con le telefonate. Un giorno con un’auto vecchia carica, è partito con la nave da Palermo per raggiungere tutti e sposarsi. Una festa che durata una settimana (come da loro tradizione) a cui era invitato tutto il villaggio. Stavolta il tono della sua voce è spezzato dall’emozione. «Adesso sono padre e voglio costruire la mia vita da persona lucida, capace di amare gli altri senza rabbia o rancore. Sono felice di sentirmi utile e l’amore incondizionato che ho ricevuto mi ha tanto cambiato. Sono stato un pescatore, un pastore sui Nebrodi, con umiltà e impegno ho cambiato la prospettiva della mia vita».

Tra le mura degli Opg, in quell’inferno fatto di urla e silenzi, vivevano anche degli angeli che la società inizialmente voleva tenere a distanza. «Il tribunale di sorveglianza di Messina aveva impugnato la legge 81/2014 alla Corte Costituzionale perché casi come Sumi in libertà diventano lesivi della sicurezza della società. La Corte Costituzionale ha rigettato la richiesta del tribunale di Messina» racconta don Pippo Insana. Lui che quegli angeli li ha conosciuti. E continua, «Sumi, nonostante le prevenzioni di Salvini nei confronti dei soggetti stranieri, e le competenze giuridiche del tribunale di sorveglianza di Messina, resta una grande risorsa umana, pacifica e positiva per la nostra società».

Gli ospedali psichiatrici giudiziari sono stati chiusi, ma restano le storie da raccontare.

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